Chi Sono
Utente: ifona84
Nome: Deb Beeblebrox

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Odi et Amo
Odio
I blog con odi et amo
Le solite cose
continua così

Amo
I blog senza odi et amo
Chi ha qualcosa di diverso
continua così
Contatore
*loading* visite
Credits
Template e grafica by
IN ARIA...

Immagine by
MARTINA SCHREINER

Distribuito su:
IN ARIA... | NST | GRAFICA DI STILE
Inserisci qui ciò che vuoi. Il testo scorrerà verso l'alto.
Commenti Recenti
Archivio
oggi
gennaio 2009
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---
Categorie
Partecipano
Foto Recenti
Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Sei solo un algoritmo
Cominciò a piovere.
Umbertoschi ascoltava la musica electro-wave proveniente dai piani superiori e la sua vista da supereroe coglieva tutti i movimenti dei corpi di quelle donne di cui già si arrogava la proprietà. Era uno stillicidio.
-Maledizione-  disse, sbattendo con furia le sbarre di metallo. - qualcuno mi sta sottraendo ingiustamente la mia legittima proprietà -
C’era qualcosa in quel luogo che non gli permetteva di usare i suoi poteri distruttivi. Era un incantesimo che sfuggiva ad ogni sua logica e lo imbrigliava nelle azioni. Era tornato negli stretti cardini delle più comuni regole della fisica. In parole povere: era un comunissimo umano.Ma non gli si insinuò il dubbio che quel luogo e la sua perdita di poteri potessero essere collegati; la sua mente era  proiettata solo a rientrare nella stanza delle orge e riprendere il discorso con la Darka.
-Perché ci tieni tanto?- disse una voce alle sue spalle. Umbertoschi si voltò e nell’ oscurità colse solo il viso pallido di un uomo. Sulle prime pensò fosse morto; poi si accorse che era solo un altro dark.
- Tu chi sei?-  si accorse di stare parlando con meno arroganza del solito. Con la mancanza di superpoteri, tornava anche la paura di partecipare alle risse.
L’ uomo aveva dei capelli lunghi e folti da fare invidia ad una qualsiasi donna; era probabilmente strafatto e sedeva a terra mimetizzandosi con il pavimento. In seguito avrebbe raccontato che questo conciliava il suo contatto con la morte. Alle parole di Umbertoschi si alzò in piedi e si aggiustò il lungo impermeabile di pelle nera.
-Sono Salvatore Esposito; ma il mio nuovo nome dopo essere uscito dal sistema è  Foffy –
Umbertoschi trattenne una risata e si limitò ad una risposta neutra -  E perché sei qui?-
- E’ per via della Siae. – si sollevò dal nascondiglio ed avanzò. A suo modo voleva essere piu' convincente:  – anche noi che siamo fuori dal sistema abbiamo bisogno di veder riconosciuto il diritto d’autore – e dinanzi al silenzio di Umbertoschi, spiegò meglio – è mia questa musica … –. sollevò il dito ad indicare il brusio del piano di sopra; Umbertoschi era già abbastanza eloquente nella sua espressione di disgusto, ma pensò bene di rincarare la dose. - Orribile… - azzardò e in risposta Foffy spalancò gli occhi come a lanciargli una maledizione.
Per quanto fosse fuori dal sistema, Foffy ci teneva a ribadire che la sua musica era pura arte postpunk e non semplice robetta da hit parade; le sue braccia si incrociarono rivelando muscoli degni di un qualsiasi culturista inserito nel sistema. Per la fortuna di Umbertoschi non passò alle mani, ma si occupo' semplicemente della dannazione della sua anima. - Meriti disprezzo. Ma la mia maledizione ti colpirà solo quando sarai uscito dal sistema e ti sarai avvicinato al mondo che v'è oltre la menzogna. Tu non hai ancora compreso che la vita è solo una proiezione di cio’ che le macchine vogliono farci sensorializzare; tu non hai idea che siamo morti dentro, mentre siamo vivi. Tu non comprendi che l’ arancino che mangi, la donna che sfiori, sono tutto ologrammi prodotti dal tuo inconscio.
- Ma a me piacciono … - si limitò a mugolare Umbertoschi e guardò l’ uscita sbarrata con malinconia.
L' uomo sembro' contrariarsi ancor di piu'  e incalzò portandogli un braccio intorno al collo. La voce ora era un sussurro nelle orecchie.- Desensorializzati -
Il motivo per cui Umbertoschi non osò contraddirlo, era il fiato che gli arrivava direttamente sul collo. Controllò se addosso aveva vestiti emo e quando appurò che al polso indossava una umile borchietta punk, gliela mostrò con orgoglio. Era un modo di dire: ehi amico sono come te. Ma non venne compreso.Fortuna fu che la parte di Foffy ancora dentro il sistema, sembrava rivelare esigenze pressanti al pari di quelle di Umbertoschi; per questo non gli strappò la borchia e  non gliela premette contro la tempia.  -Non importa.- taglio' corto - Cio’ che conta è uscire da qui. Io ero solo venuto a chiedere il pagamento delle mie canzoni e il bidello mi ha imprigionato.Ma ora basta: Hanno già sterminato tutti i dj della zona; dicono che ne vadano ghiotti.-
- In senso metaforico e artistico? –
- Bhe non lo so; sostengono pero’ che quelli del Rising South siano piu’ succosi –
Nel buio si sentì chiaramente deglutire. Umbertoschi ringraziò che la sua ultima sessione da DJ fosse stata alla sua festa di diciotto anni, dopo che strafatto di acidi, aveva dedicato Ballo ballo Ballo alla sua compagna di classe. Non l'aveva mai piu' rivista.
Si avvicinò alle sbarre e vi si appese. Non aveva piu' molte opportunità di entrare in quella stanza: se non lo desensorializzava questo, lo mangiava il bidello, se non lo mangiava il bidello, lo avrebbe umiliato Bergman. Troppe prove lo separavano dalla darka e lui non era nemmeno il Principe di Persia.
Il Dj Foffy intervenne di nuovo – Se vieni al mio locale, te ne posso presentare a migliaia di dark come quella – sembrava essere diventato piu' simpatico. Ma c'era un piccolo particolare che Umbertoschi ora colse; inarcò un sopracciglio e si girò. Aveva le mani sui fianchi come soleva fare durante i combattimenti in tuta di lattex.
-          Tu mi leggi nel pensiero … come ci riesci?-
Il tipo scrollò le spalle. Per lui era una domanda ovvia: – Mi connetto con il mondo reale ed individuo il tuo piccolo puntino infinitesimale. Tu sei solo un algoritmo, fanciullo. Posso leggere nella tua mente come un qualsiasi software –

-          Ah lei entra così facilmente nella mente di un supereroe del mio calibro e pensa di uscirne indenne da cotanta arroganza? – era la timida irvendicazione di un eroe umiliato.
Foffy si guardò intorno e finse di cercare nel buio; infine con disprezzo aggiunse :
-          Io non vedo supereroi qui –
Umbertoschi osservo’ il suo corpo e le sue mani. Sensorializzato com'era, ma privo di superpoteri, tornava lo studente fuorisede di sempre, con l' unico guizzo artistico del porno di serie b. Non aveva scampo.Stava per piombare nella disperazione quando Foffy ebbe un lampo di genio.
-          Usa me per avvisare qualcuno, no? Se sei davvero un supereroe ti verranno a salvare –
 Gli occhi dell’ eroe si illuminarono. Non gli piaceva ammettere di aver sbagliato, ma chiamare i compagni era l’ ultima speranza che gli rimaneva. Presto avrebbe riavuto i suoi poteri e avrebbe convinto lei ad una notte di sesso.
--------------------------------------
Antonio era ancora con gli occhi al cielo quando sentì la voce di uno sconosciuto penetrargli l' inconscio; porto’ le mani alle orecchie e sigillò quel messaggio come se temesse di perderlo in quella folla. Gli schiamazzi erano aumentati e molta gente che prima festeggiava, ora scappava via per via della pioggia.
-          Parlo con la mente di Antonio?  Sono Foffy; non allarmarti, tu vivi in un universo parallelo nel quale io posso facilmente raggiungerti. Lancio un messaggio da parte di Umbertoschi: è stato catturato dai Genovesini. E’ in pericolo. Ripeto: è stato catturato dai Genovesini; è in pericolo –
Ad Antonio basto’ poco per allarmarsi. Non capì bene se l’aveva inquietato piu’ il nome Foffy o il fatto che fosse stato accusato di stare ancora nel sistema.
-          Ehi bello, guarda che io ho scoperto Matrix prima di te!- grido’ al vuoto con risentimento.
Non aveva alternative: o correva ad avvisare Aru o provava a cercare il mittente da solo ( con vane speranze di trovarlo) .
Aru era con Zio Alien sullo sperone di roccia piu’ lontano e cercava con entrambe le mani di congiungere le energie di mare, cielo e pioggia, per sintonizzarsi con la mente di Umbertoschi. Antonio dopo un attimo di esitazione; solcò la rada come se al posto delle adidas di seconda mano avesse i calzari alati di Ermes; gli occhi erano chiusi e il pugno era sollevato come a simulare una vittoria in atletica.
-          Umbertoschi è in pericolo!-gridò con tutte le sue forze.Arrivo’ allo sperone roccioso privo di fiato. Gli altri dovettero aspettare che il rantolo ritornasse ad essere una voce normale.
-          Mi ha contattao Morpheus e mi ha detto che Umbertoschi è in pericolo-
Gli altri lo fissarono con dubbio e lui fu costretto a revisionare.
-          Insomma, l’hanno rapito i Genovesini –
Il volto di Giandi sembrò divenire piu’ pallido del normale; mentre Zio Alien pose un piede sullo sperone e si soffermò a guardare l’ orizzonte tempestoso.
-          Non permetteremo che ne muoia un altro. Noi ora andremo a salvare il nostro amico –  sentenziò con fare epico.
Scritto da ifona84 | il mercoledì, 21 gennaio 2009 alle ore 15:13 | per la categoria | link al post | commenti (6) (popup)
Il Festino degli Eroi

Su Facebook oramai ne parlavano tutti: era la festa piu’ grande degli ultimi duecento anni.

Era perfino giunta notizia che il Nonnetto del Kestè aveva deciso di partecipare,e già si poteva parlare di una pacifica riunione con la concorrenza. Si, perché dal giorno in cui s’era sparsa la notizia del tragico incidente a Santa Maria la Nova, i ragazzi del fronte pacifista si erano ribellati alle violenze inaudite e avevano lasciato la sacra piazza ,per migrare presso la piccola piazzetta dinanzi all’ Orientale.

Erano rimasti alcuni gruppi di pigri a bere birra sotto la palma; i comunisti amici del nostalgico Compagno W e alcuni gruppi sparsi di ultrà napoletani ,che si fermavano a mangiare lo yogurt come pausa prima delle risse con i gay a Piazza Bellini. Per pochi mesi la piazza sembrava essere demograficamente cresciuta: era merito dei fumettisti che attendevano il loro Messia. Umbertoschi però tardava a comparire, ed essi dopo un paio di mesi, scoraggiati, tornarono alle loro abitazioni a giocare a dungeon and dragon; lasciando ai più sociali una sporadica apparizione al Volver.

I gruppi di dissidenti trovarono un nuovo capo nel Nonnetto del Kestè, un uomo sulla novantina che ogni sera appariva da una finestra antistante l’ omonimo bar, per gridare come da Piazza Venezia “ Io sono piu’ figo di Umbertoschi “ e lasciando che i ragazzi lo applaudissero.

Già tirava aria di festa. Il nonnetto era apparso con una tutina in latex arancione e molti notavano che vestiva meglio a lui che all’ eroe. Eppure nessuno dei filo- Umbertoschiani osò scagliarsi contro queste acclamazioni, restavano in un angolo della spiaggia in silenzio ad osservare il cielo e a lanciare malinconicamente un dado da venti, nella speranza che questa combinazione facilitasse il destino.

Aru e Antonio arrivarono a piedi, perché il taxi fermato prima del grande curvone di Posillipo costava loro dieci euro in meno. Percorsero la strada a passo svelto, per evitare di arrivare a festa già finita ed in silenzio, perché nessuno dei due voleva ripensare allo scabroso evento del teatro. Fu Antonio a metterlo in mezzo.   -Potevamo portarli con noi, gli attori dico- ma fu zittito dal solo sguardo infernale di Aru e dalle seguenti parole – posso cancellare ogni tua residua capacità di parlare e di dire cose sensate, se non cammini silenzioso e mi indichi la strada della Gaiola. - Era la prima volta da quando aveva cominciato l’Erasmus Galattico, che si sentiva così frustrato ( escludendo quando provò a mangiare il cornetto del Tico lo trovò disgustoso).

Arrivarono alla spiaggia seguendo i richiami di una specie di ola. Antonio si illuminò, cominciò a saltellare e aumentò il passo.  Si voltava di tanto in tanto verso Aru per constatare che fosse ancora dietro di lui e quando si trovò dinanzi al sentiero segreto che conduceva alla baia emise un sospiro – sono qui … ci stanno acclamando … non credi che dovremmo trasformarci? E’ che loro hanno bisogno di noi, ci acclamano come se fossimo degli eroi dell’ universo Marvel, lo comprendi?- . Aru per un attimo volle crederci; volle sperare che tutta questa sua avventura, fin dal momento in cui aveva firmato la borsa di studio residua, avesse avuto un senso e che andava scovato in questa serata. Arrivarono entrambi travestiti in latex, ma gli sguardi non furono per loro.

Il nonnetto aveva improvvisato una battaglia e stava sfidando i giocatori del Volver a colpi di dadi da venti. Inspiegabilmente era stato capace di far uscire il numero venti per ben dieci volte. I fumettisti lo guardavano commossi e gli altri applaudivano semplicemente perché erano suoi amici di Facebook. I giovani supereroi si trovarono nell’ anonimato, forse anche un po’ fuori luogo,come normalissimi infiltrati ad una festa di compleanno.

Eppure a salvarli dalle nebbie della vergogna giunse una presenza inaspettata. Era lui, era finalmente a quella festa, erano finalmente riusciti a trovarlo. Ballava Reggae con un gruppo di freak nostalgici degli anni novanta ( I nostalgici sessantottini erano finiti sugli scogli a cantare a cappella le canzoni di Simon and Garfunkel ); beveva birra e fumava uno spinello collettivo.  Allargò le braccia andando loro incontro e si portò gli occhiali da sole sulla fronte – stiamo cercando di percepire un messaggio collettivo da parte di qualche civiltà lontana e più evoluta –  cercò di giustificare quegli oggetti inutili. I due eroi non gli diedero molta importanza e per una volta sembravano essere molto più maturi. Antonio portò una mano al volto come a simulare un grande eroe di un film d’azione e per un attimo si sentì anche un po’ come un investigatore privato degli anni cinquanta o come un poliziotto come Montalbano, magari un po’ più grasso di Zingaretti. – Chi ha ucciso Elena I ?– disse con voce profonda, ma a questa affermazione non seguì subito una risposta.

-Fanno il party fine del mondo – constatò Zio Alien. – lo stanno organizzando i pessimisti cronici uniti, che hanno anche un gruppo su Facebook, sono più o meno un milione di iscritti. –

- Chi diavolo penserebbe di creare un gruppo del genere? – rispose Aru infuriato

- Il fondatore è Umbertoschi – aggiunge sconfitto Zio Alien, per poi offrire un po’ di birra ad entrambi.

Antonio era avvilito, si avvicinò al frigorifero dei Rastaman e con un gesto da ribelle e con voce tenebrosa disse : - fammelo doppio -. Il tipo si limitò a scrollare le spalle e gli indicò il prezzario: doppio equivaleva a dieci euro – cinque per la materia prima, due per il furgoncino, e altre tre per la corrente abusiva – come avrebbe spiegato poi.

Eppure Aru non voleva arrendersi : - e per quando sarebbe prevista? -. A zio Alien si illuminarono gli occhi – il Party? -, ma Aru non demordeva – la fine del mondo -. Zio Alien si guardò intorno, e quando gli ultimi gruppi del nonnetto fun club furono spariti dietro gli scogli, lui parlò. – per questo Natale … sempre che Umbertoschi non si risvegli in tempo!- parve acceso da un barlume di ottimismo che si spese molto presto. Poi gli occhi si fecero malinconici – Era una brava ragazza.- ma Aru questa volta lo corresse – in tutta sincerità, Zio? Non lo era. - , Alien scosse la testa – era egocentrica, impertinente, era accentratrice, lamentosa, era un’ icona imperfetta del neorealismo, la brutta copia del romanticismo, l’ unghia di Giulietta, eppure era un’ essere umano. E conosceva la vera identità del nostro nemico -.

Antonio sentì da lontano, avanzò a grandi falcate fino a raggiungerli e tenne l’ indice alzato come se fosse appena uscito dalla non-ciclopedia – io l’avevo pensato che per questo era morta -. Aru era perplesso, era troppo concentrato all’ idea di trovare Zio Alien e risolvere il complotto per pensare ad una soluzione plausibile. Per punizione si bruciò da solo due neuroni e torno’ a guardare Zio Alien.

Fu allora che Antonio ebbe i primi sintomi di cedimento: - quanti membri ha questo gruppo Facebook?- .

E non si sa come poi tutto cambiò, ma Aru si immaginò la derisione di tutti i colleghi di università, e le loro frasi pungenti – sei andato in un pieneta sottosviluppato e non sei nemmeno riuscito a migliorarlo – come se questo fosse l’ennesima conferma del suo essere inutile. Avrebbe dovuto bruciarsi altri dieci neuroni dinanzi a loro, come punizione della sua inadeguatezza. E la sua voce si fece tonante –no – e non si arrestò – Noi non aderiremo a nessun gruppo facebook, noi semmai ne creeremo uno! Chi è questo nonnetto se non uno squallido simulacro di Umbertoschi? Voi non vi rendete conto … ma il Nonnetto è solo il simbolo culminante di quanto sia vecchia la vostra società civile. Siete vecchi! Siete vecchi perché nemmeno riuscite a stare in delle tutine di lattice senza dover tirare dentro la pancia. Siete vecchi perché basta che fumettaro non vi consideri piu’ suo eroe, per arrendervi; io non vi lascerò tornare ai vostri giochi astrologici, ai vostri sabati davanti a MondialCasa o alle vostre pippe davanti al pc, mentre i vecchi si prendono il vostro mondo e permettono la sua distruzione! – forse aveva urlato troppo perché i punkabestia che stavano pogando lo riconobbero e cominciarono a lanciare i pugni in aria e ad urlare – scass utt cos’ – e ben presto arrivarono i fumettari che lo riconobbero e baciarono il suolo sul il quale camminava; e poi giunsero i sessantottini che pensarono, ma non osarono dirlo, che era arrivato un nuovo sessantotto. Infine ci fu Antonio che si inginocchio e cominciò a piangere – E’ proprio come nel film Ghandi … se solo tu cominciassi a fare lo sciopero della fame -. E Zio Alien poggiò le due mani sulle spalle dei due eroi; - la presa di coscienza è avvenuta, il viaggio iniziatico di Odisseo alla ricerca di casa è finito … ora resta l’ ultimo baluardo … l’ unione con Umbertoschi. E arriverà; questa volta sono sicuro che arriverà – alzò gli occhi al cielo, nella speranza che ci fosse una buona stella a guidarlo.

 

 

 

Scritto da ifona84 | il mercoledì, 19 novembre 2008 alle ore 00:01 | per la categoria | link al post | commenti (2) (popup)
Lo scambio di formule.

[ La situazione è piuttosto drammatica.> constatò Aru.

Mentre parlava, Elena si avvicinava al regista con la precisa intenzione di privarlo dell’ anima; pratica molto diffusa tra gli spettri insoddisfatti. Presto non sarebbe rimasto altro che un mucchio di ossa, a ricordare il grande artista.

Antonio era inginocchiato e teneva le mani congiunte. Aru non capiva bene se stesse piangendo dalla paura o dall’ emozione di essere in una scena di The Others.

Ma la situazione peggiorò quando fu il regista a prender la parola.  < Elena… parliamoci chiaro. La tua recitazione non si può definite in tutto e per tutto artistica. Difetta di qualcosa. Non nel coinvolgimento emotivo, ma nello studio del personaggio. Ti ostini a pensare che anche L’Alcesti di Euripide debba essere recitata come Madame Bovary. Io comprendo la tua forte emotività, ma sentirsi una eroina dell’ ottocento in lotta contro il mondo, non fa di te la migliore attrice in circolazione. ]

Gli occhi di Elena non erano stati docili neppure da viva, ma a quelle parole assunsero un colorito tra il rosso fucrsa ed il nero morte; le mani si allungarono per afferrare le sua preda e i denti  crebbero in zanne acuminate. Era impossibile distinguere con precisione le immagini, ma erano chiare le urla disperate degli attori rannicchiati in un angolo.

Aru si portò una mano alla fronte, che in linguaggio Antariano significava :“ che cavolo, quest’ uomo peggiora tutto”. Antonio sembrò capirlo senza difficoltà  e si avvicinò con l’ aria saccente di chi si appresti  a criticare la migliore scena splatter del secolo. Era serio e con una mano poggiata sul mento . < Secondo te dove glielo fa schizzare il sangue? >. Fu Aru invece a parlare, colto da rantoli di esasperazione < basta, basta, basta…  non sono venuto sulla Terra per veder succedere una carneficina. Si suppone che il mondo debba essere salvato e non distrutto da una morta,in lotta contro un mondo che non riconosce le sue capacità artistiche.> si passò una mano sulla proboscide, ma incontrò solo il naso spigoloso di Giandi, cosa che lo fece alterare ancor di piu’.< Dobbiamo fare qualcosa di concreto per fermarla>. Con una mano raccolse un vecchio libro Antariano di incantesimi magici. Lo sfogliò rapidamente e lesse un paio di formule.  Maledì se stesso per aver pensato troppo ai diritti galattici e di aver studiato in soli quindici giorni l’esame di magia.  Elena era troppo vicina a quell’ uomo ed in poco tempo gli avrebbe cavato l’anima direttamente dagli occhi.

Non c'era altro tempo da perdere; Aru fu costretto a fiondarsi di lei.  Incrociò le mani e raccolse tutta la sua aura aliena. Giandi limitava parecchio i movimenti; nonostante tutto, da quel corpo fuoriuscì uno scudo che protesse il Regista. In compenso Il volto di Giandi attirò le ire di Elena. Bastava guardare i suoi riccioli, il naso appuntito e gli occhi spenti, per scatenare ancora  quei ricordi di amore infranto. Fu nell' ultimo residuo di umanità, che lei decise di cambiare bersaglio.

< GIANDI!> fu un urlo prolungato , seguito da un odore nauseabondo. Erano le fauci affamate dello spettro. < Ora tu mi seguirai nella morte come non hai osato seguirmi in vita>. Aru provò ad indietreggiare, ma il suo corpo era oramai pronto a seguire Elena. Le sue gambe avanzavano invece di ritrarsi.

Lasciò cadere in terra il blocchetto di forumule. < Antonio sei l’ unica mia speranza. Devi rinforzare il legame tra me e il mio corpo. Pagine  trentasei, l’ incantesimo cerchiato di… blu… fai presto!>

Antonio piangeva dalla commozione. Avrebbe fatto l’eroe, il nuovo Robin del secondo millennio; il piccolo aiutante di un grande eroe ed infine sarebbe divenuto lui stesso il cavaliere Oscuro, superando perfino il grande Umbertoschi nella salvezza del pianeta.

Poteva farlo ora.

Afferrò il blocchetto e cominciò a contare tutte le pagine fino alla trentasette. Doveva restare concentrato, doveva farlo per la sua gloria ed il destino del mondo.< Fai attenzione… le parole delle formule cerchiate di Blu e di Rosso sono uguali ed ora io te le trasmetterò telepaticamente. Non sbagliare, perché un solo difetto di pronuncia sarà fatale…>

L’anima di Aru si librò nell’ etere e raggiunse la mente di Antonio.  Il ragazzo si concentrò, le mani si congiunsero sul libro, l’aura fu calibrata, il potere era oramai pronto ad essere anciato. Ma non tutto andò secondo i piani.

Antonio non era mai stato del tutto portato per le lingue. Oltre al due in Francese e ad un Inglese imparato solo grazie alle canzoni dei Kiss; non aveva avuto nessun altra familiarità con le lingue. Quando andava all’ estero gli bastava conoscere parole base di sopravvivenza del tipo: “ io sono Italiano, tu come ti chiami, andiamo a letto questa sera?” e si riteneva abbastanza soddisfatto di questi piccoli traguardi. Nel momento culminante della sua carriera da supereroe, questa carenza  fu fatale per la riuscita dell’ esperimento. Aveva già dimenticalo la pronuncia corretta della frase rossa e di quella cerchiata di blu. Nel suo cervello l’ unica associazione che riuscì a fare, fu di unire la frase che gli ricordava il colore piu' figo. E fu un errore.

Ben presto gli aspiranti attori cominciarono ad urlare. Le loro grida erano strazianti e costrinsero i vari abitanti del vicolo ad avvicinarsi al teatro. I ragazzi ben presto furono avvolti da una luce violacea e dinanzi allo sguardo stravolto di ogni singolo spettatore, si trasformarono in individui parecchio singolari. Non avevano nulla che potesse tradirli nel loro aspetto esteriore, ma qualcos' altro era inesrabilmente cambiato. La ragazza Emo si aggiustò il ciuffò. Ben presto il regista gli urlò di scappare, ma lei  rimase immobile. Non fece altro che spostarsi  fuori dal teatro seguita dalla lesbica con i Rasta. Presero due sedie e vi si accomodarono. Incrociarono le braccia al petto e cominciarono ad aspettare.

Nemmeno il ragazzo dai capelli lunghi gli rispose e piuttosto lo sguardò con aria di sfida. Dopo poco sguaino’ uno sfilatino che aveva messo da parte per la cena e lo indirizzo’ alla gola del regista. < Sei o non sei un Capuleti, o vile? Assaggerai la mia vendetta!> . Ma  piu’ implacabile fu il fato che si abbattè sull’ impegato del catasto, che puntò le braccia in terra come per rivolgersi al demonio e infine squarciò con un urlo l’ intero teatro: < la mia anima, il diavolo s'è preso la mia anima!>. 

Il corpo di Giandi in compenso era ancora bloccato dalle grinfie di Elena, con un fil di voce si rivolse ad Antonio < perché hai scelto la frase rossa?>

Antonio era in ginocchio, ancora non riusciva a capire l’entità del suo fallimento. <   era quella che era andata bene anche in Matrix> cominciò a mugolare come un cagnolino.

L'alieno si esasperò< tu sei il peggiore degli uomini! Sei lo scarto dell’ intero genere… sei …> ma oramai Elena stava per risucchiargli l’anima.

Fu solo una combinazione di eventi se tra i presenti, accorsi dai vicolo ci fosse uno dei piu’ emergenti scrittori di sceneggiature degli ultimi dieci anni. Fu solo un caso se Elena lo riconobbe e arrestò la sua furia. Lasciò andare Giandi. Poteva sempre accadere che lui la chiamasse per uno stage allo Stabile dell’ OltreMilano. Fu epr questo che si aggiustò i capelli e sorrise al produttore; gli strinse la mano e assunse un tono di voce piu' professionale < spero che la mia interpretazione le sia piaciuta. Se vuole scritturarmi per il prossimo spettacolo, faccia una seduta spiritica e sarò subito da lei>  Si volse poi ad osservare sia Aru, sia il regista e lo sguardo fu di nuovo severo < Tornerò> disse, prima di dissolversi nella nebbia.

Aru si accasciò sulle ginocchia stremato ed impaurito, Mentre Antonio cominciò a saltare dalla gioia < HA FUNZIONATO, HO VINTO! HO SCONFITTO LE FORZE DELLE TENEBRE > . Si sentiva il guru del terzo millennio, due ragazze lo sguardarono sorprese e lui non trovò nient' altro di meglio che dire: < ne farò ingoiare di terra ai cavalieri dell' Apocalisse>. le ragazze lo osservanono con indifferenza. Poi una delle due prese perun braccio l’altra e si diressero verso l’ uscita.

< Qui non c’è piu’ niente da osservare, andiamocene alla Gaiola.>

L’altra annuì < dicono sia la festa piu’ stratosferica degli ultimi venti anni>

Antonio sulle prime non capì. poi il viso si illumino: gli stavano lanciando segnali in codice affinchè lui si materializzasse alla festa. Bhe... avrebbe dimostrato a tutti che valeva come Umbertoschi. raccattò Giandi e seguì a ruota le ragazze verso l'uscita.

La gaiola sarebbe stata la prossima meta.

Scritto da ifona84 | il lunedì, 28 luglio 2008 alle ore 19:36 | per la categoria | link al post | commenti (popup)
Il teatro metafisico

< Sono due lesbiche> continuava a ripetere Antonio e le parole, pronunciate spudoratamente dinanzi alle due ragazze, indussero Aru a muoversi per fermare l’ irreparabile. Ora che il piano A era fallito, non restava altra soluzione che passare ad un piano B.

Ma l'alieno non aveva un piano B. Il suo cervello che calcolava fino al minimo scarto quantistico ,non aveva previsto un errore tanto grossolano. L’ unica soluzione era quindi lasciarsi trasportare dai carnali desideri di Antonio e imitare i suoi atteggiamenti umani, nella speranza di rintracciare Zio Alien, solo grazie al primitivo strumento della vista.

La sala Teatrale era angusta. Poche scalinate si aprivano su una specie di palco che sembrava molto di piu’ uno spiazzale di una autofficina.  Al centro di questo vi erano  cinque sedie. E su ciascuna una semplice figura vi saliva per poi restare in una posizione piu’ o meno plastica, ma con gli occhi sollevati verso l’altro, in fase di ascesi. La prima era occupata da un ragazzo dai capelli lunghi, castani, dai lineamenti sottili, magro e piuttosto smilzo, la seconda da un signore di mezza età, magro con dei baffi, la pelata e l’espressione da cane bastonato di un impiegato del catasto. Antonio avrebbe notato poco dopo che l’ impiegato era il medesimo del corso di scrittura creativa, per il momento era del tutto intento a cercare un teschio, in modo da farsi riconoscere e quindi selezionare per la prima interpretazione dell’ Amleto.

Le due lesbiche presero posto ciascuna ad una sedia e al centro si posizionò il regista. Nella sala tutte le luci si spensero e lui trasse un profondo sospiro. Gli attori lo seguirono a ruota.

Fu in quel momento che Aru si avvicinò ad Antonio, portò le spalle in avanti e si tastò piu’ volte l’ orecchio destro ( movenza che su Antar esprimeva dubbio).

< Perché fanno questo? Pensavo si trattasse di una lezione di Teatro >

Antonio sospirò con pazienza, come se fosse stanco di spiegare sempre qualunque cosa < per te è troppo difficile da capire, se tu vedi in tutti i grandi teatri si concentrano prima di cominciare una qualsiasi opera>

La spiegazione non convinse Aru che tornò ad occuparsi della questione principale < In ogni caso non c’è Zio Alien, quindi possiamo andare>. Antonio aveva smesso di obbedirgli. Aveva allungato la mano verso il regista e seguiva ora incantato la nebbiolina trascendentale che si era formata intorno al gruppo. Nell’ insieme la composizione poteva somigliare vagamente a quella nella cappella sistina, se non fosse che Antonio era poggiato su un gradino di ferro, piuttosto che su una nuvola.  Fu per questo motivo gli gli venne spontaneo sussurrare < Ua... è tropp metafisico>.

Ma le sue parole, ben presto, furono annullate dal regista che cominciò la lezione: < In errore cadono colo che  antepongono il piano materiale a quello spirituale.  che pensano di poter interpretare un personaggio senza fondersi spiritualmente con esso. E’ per questo motivo che voi ora, dovete ricarcare entro voi stessi il personaggio cui vi sentite piu’ affini, per terminare infine, nella sintesi hegeliana: nella summa di voi stessi ed il vostro personaggio>.

Aru si inginocchiò come intimorito < Ma su Antar gli spettacoli teatrali si fanno dando a ciascuno una parte. L’attore se la studia e la interpreta, perché sulla terra sembra così complicato?>. Ma parlò a voce troppo alta, perché fu ascoltato.

Il regista rispose sprezzante < PERCHE’ QUESTO E’ TEATRO SPERIMENTALE!> con rabbia sollevò entrambe le mani e intimorì gli ospiti, che indietreggiarono di qualche passo. Antonio strattonò il corpo di Giandi < sei provinciale… Aru> Antonio lo osservò con disprezzo, facendolo arrossire piu’ del dovuto

< senti Antonio, io non sono attore e non lo diventerò mai. Abbiamo una missione piu’ importante, ma tu non sei obbligato a seguirmi… Zio Alien non c’è e quindi io vado a cercarlo in un altro luogo>. Si alzò impettito con tutta l’intenzione di abbandonare il luogo, ma fu interrotto da qualcosa di inaspettato: le porte del teatro si aprirono, cominciò ad uscirne del fumo biancastro; oramai il teatro sembrava intriso di spiritualità.

Il regista cominciò ad arretrare atterrito, mentre gli attori erano ancora concentrati sui loro ruoli. Giandi ed Antonio rimasero immobili. Il primo perché l’uscita era occupata ed il secondo perché aveva le lacrime agli occhi < Sembra incontri ravvicinati del terzo tipo!>. Dal bianco della sala cominciò ad intravedersi la figura di un essere che, dapprima sembrava un alieno, e poi assunse i piu’ definiti contorni di una donna.  Aveva i capelli lunghi portati sciolti lungo la schiena e il vestito completamente macchiato di sangue.  Il volto tumefatto rimandava per certo a quello di una defunta.

Il corpo di Giandi la riconobbe prima di tutti gli altri,  una tremarella che non riusciva nemmeno a farlo reggere in piedi gli invase il corpo. Antonio la riconobbe subito dopo gridando < MA E’ ELENA!> facendo risvegliare tutti gli attori.

Lo spirito di Elena stranamente non si diresse verso il suo ex fidanzato, ma indicò con ferocia il regista. Si avvicinò trasudando rabbia anche nella sua non- essenza e gridò: < Carlo tu… patirai le pene dell’ inferno. Che sia maledetto tu e il tuo teatro sperimentale. SAI DOVE VOLEVANO SBATTERMI? NEL GIRONE DELLE VELINE!>

Scritto da ifona84 | il giovedì, 17 luglio 2008 alle ore 20:14 | per la categoria | link al post | commenti (popup)
L'elicantropo

Voglio fare una premessa. esattamente dopo un anno riprende l'avventura di Aru, Giandi e Umbertoschi. Non so per quale ragione si smette di scrivere, forse per mancanza di autostima o forse perchè ero in una fase della vita in cui avevo bisogno di fermarmi. Ora voglio dirvi che in questa storia io ci credo. E' forse stupida e di poco spessore intellettuale, ma è nata come uno scherzo tra amici e la voglio continuare. cambierò molte cose anche prima e quando saranno modificate io aggiugnerò che c'è stata una modifica. E' soltanto una bozza, solo un modo per divertirsi.

Un bacio a tutti e buona lettura.


A detta di molti l’Elicantropo era un teatro.  Un qualsiasi essere umano potrebbe associare la parola teatro ad un edificio pomposo in oro e tende rosse, con i tappeti al suolo ed una parete di specchi sufficientemente larga da poter analizzare con cura le macchie sul proprio visone. Invece ciò che lo spettatore si trovava davanti era piu’ simile ad una mescolanza tra un garage ed un negozio ortofrutticolo. Sorgeva in un vicolo, buio al punto da necessitare una perenne illuminazione artificiale, ma largo abbastanza da consentire uno “scippo”.  Le porte in ferro battuto erano accostate durante l’ orario pomeridiano e l’ unico modo per capire se il locale fosse aperto era concentrarsi sulle microonde energetiche provenienti da differenti angoli dell’ edificio e dall’ analisi estemporanea del livello di radioattività del tufo, oppure notando il filino di luce che proveniva dallo spioncino del grande portone.  Aru scelse la prima strada.

C’erano due ordini di problemi ad affliggerlo in questa ricerca spasmodica di zio Alien. Il primo era comprendere se il corso di teatro fosse quello serale per adulti o per ragazzini, semplicemente intercettando le onde celebrali emesse dal regista, il secondo era riuscirci senza emettere il solito verso aracno-bovino tipico degli abitanti di Antar e il terzo era non farsi assolutamente scoprire in questa impresa.

Allungò le due braccia in modo da disporle orizzontalmente al terreno, si piegò a 45 gradi e sollevò la gamba sinistra piegandola verso l’alto, in modo da fondere il suo corpo con il prototipo ideale di antenna. Socchiude gli occhi, ma mantenne la stessa espressione di onnipotenza e superiorità rispetto agli altri membri del gruppo.

Antonio rimase poggiato al lato del portone in ferro. Era indeciso se concentrarsi sul gelato Cucciolone e terminarlo al nono morso ( sancendo così il record mondiale imbattuto dagli anni novanta) oppure seguire i bizzarri movimenti di Aru.  Optò per la seconda soluzione, invogliato dalla possibilià che qualche produttore della rai di Napoli lo scambiasse per un futuro talento e gli facesse recitare da protagonista la serie napoletana di X-Files.

 

<Lo sento...> sibilò Aru.  < … l’ odore di Zio Alien>

< Anche io> rispose Antonio simulando la sua stessa inclinazione di bacino. Aveva dei seri problemi di equilibrio e piu’ volte era costretto a saltellare in avanti per poi poggiarsi alla parete. Aru gli rivolse la peggiore delle sue occhiate, ma non osò aggredirlo. Fu di nuovo Antonio a rompere l’ imbarazzante silenzio: < dovremmo cercare ora un modo per andarlo a prendere> . Intanto si sollevava in piedi cercando di ritrovare il baricentro perso. Ma le sue idee non erano terminate, anzi, si sentiva piu’ propositivo del solito, < se riuscissimo a salire sul tetto dell’ edificio, potremmo scavare un buco, io potrei calarmi dal soffitto con delle corde come in Mission Impossible e sollevare Zio Alien, senza che nessuno se ne accorga.>. Aru era lì che fissava il portone di ferro come l’ oracolo di Delfi, come estraniato da qualsiasi agente esterno.  Ad Antonio vennero gli occhi lucidi; si inginocchiò e prese a toccarli la maglia con entrambe le mani. <ti giuro che non fallirei>. Ma nemmeno questo appello disperato ottenne un effetto.

Aru rimaneva lì a scandagliare con ogni minima sensazione aliena quel materiale e ci sarebbe rimasto per ancora parecchi minuti se due aspiranti attrici non avessero aperto improvvisamente la porta del  teatro.

Una aveva dei rasta rossi e li tratteneva sul capo con una fascia verde: la vita leggermente arrotondata era coperta da una felpa nera e da alcuni pantaloni militare che nascondevano le sue forme nel vano intento di darle una apparenza androgina. La ragazza con i rasta aveva l’aria annoiata e stava rollando una canna. Quella che le stava di fronte  notò anche le due spie, ma non rivolse loro la parola; aveva un caschetto nero con due ciuffi viola, degli occhi truccati ed una miriade di teschiettini disegnati in varie parti del corpo.

Le due, che Antonio successivamente bollò come lesbiche, stavanno discutendo animatamente sullo spessore artistico dei Tokyo Hotel. Quella con i rasta scuoteva con violenza la testa e aggrediva l’altra con un fiume di parole piuttosto concitate < cioè tu non capisci un cazzo… cioè come è possibile che dal nulla mi spunta questo tedesco che vuole fare il giapponese, che è uomo ma vuole essere donna, che vuole essere rocker ma canta le canzoni alla Britney Spears… per cortesia… Rudy… cioè non dirmi che quella è musica>. La ragazza con il caschetto aveva lo sguardo sottomesso, e mostrava evidenti segni di dolore. Aru si lasciò per un attimo distrarre dalla Missione, e provò ad avvicinarsi per consolare la ragazzina dai capelli viola. Antonio lo fermò in tempo.< No>  rispose in un sussurro < non lo fare… è un Emo!>. Aru spalancò appena le braccia facendo ondeggiare i Ricci del corpo di Giandi, < cioè?> rispose stranito.

Antonio gli era ancora alle ginocchia, e lo spinse di poco ad abbassarsi per arrivare all’ orecchio e infine sentenziò con fare enciclopedico < dicesi Emo quel ragazzo/a che vorrebbe essere dark, ma è troppo fighetto per diventarlo, che vorrebbe essere uomo, ma poi si veste da donna, che vorrebbe prendere otto a scuola, ma poi si fa bocciare, che soffre mentre sta al concerto dei Tokyo Hotel, poi torna a casa e soffre perché il concerto dei Tokyo Hotel è finito, ed infine… non ci crederai, ma si taglia le vene>. Aru cercava incuriosito segni di tagli sul corpo della ragazzina, senza però trovare alcun riscontro alle parole di Antonio. Fece un altro passo quindi in sua direzione, prima che Antonio lo fermasse di nuovo < noooo… non provare a farla desistere dal suo dolore… può tagliare anche te>.

A quella parola uscì fuori la segretaria , una donna di mezza età e dai capelli rosso fuoco, che masticava senza voglia una gomma e richiamò le studentesse a lezione. La prima buttò la canna e tese la mano alla seconda per poi dirigersi verso il teatro. Erano tornate in perfetta sintonia

Ad Antonio brillarono gli occhi, li cervello gli suggerì che aveva appena visto due lesbiche. Per un attimo ringraziò il signore alla sola possibilità che questa storia lo conducesse in situazioni talmente perversa da somigliare vagamante a “Proibito” e per la contentezza dimenticò del tutto le accurate procedure di intercettazione di Aru.

< sono lesbiche, sono lesbiche, sono lebiche… ed io non sono geloso>

Un sol passo e si era lasciato completamente Aru alle spalle.

Scritto da ifona84 | il giovedì, 17 luglio 2008 alle ore 17:35 | per la categoria | link al post | commenti (1) (popup)
Sulle Tracce di Zio Alien ( Lo Zero Stress)

Nota dell’autore: A causa degli sconvolgenti eventi che hanno stravolto il nostro universo empirico, il personaggio di Santa è stato sostituito da quello di Milena. In un mondo fatto di precarietà, neppure i personaggi di un racconto possono avere un briciolo di certezza.

 

Lo Zero stress era un centro benessere che si mimetizzava lungo via Crispi, nascondendo al suo interno piccole stanze dalle quali, dopo essersi parcheggiati per qualche oretta, se ne usciva con un senso di sollievo che permetteva di affrontare le tragedie quotidiane come il traffico, il lavoro, la diossina e lo smog con una certa rilassatezza per almeno quarantacinque minuti (a volte anche per un’ora). Mentre Aru e Antonio percorrevano la strada che dalla metropolitana di piazza Amedeo li avrebbe condotti a destinazione, si interrogavano silenziosi su quelle che sarebbero state le sorti dell’umanità.

“Sei sicuro che zio Alien sia qui?” domandò ad un tratto l’alieno, scuotendo nervosamente la testa. Non si era ancora abituato a quel corpo così antiesteticamente privo di proboscide.

“Certo. Hai detto che è uno di quei bislacchi tipi new age, no? O lo troviamo qui oppure in una comune hippie”.

“Gli hippie del pianeta Woodstock?”

“Forse. Con tutti i trip che si fanno è probabile che siano passati anche di lì”.

Quando arrivarono, furono accolti da un piacevole aroma di olio di rose che era diffuso nelle stanze del centro. L’arredamento era essenziale, parquet e quadri alle pareti e il banco della reception, presieduta da una ragazza le cui forme erano perfettamente delineate da un top e un jeans attillato come una seconda pelle.

“Uà” esplose Antonio. “E’ pop ‘na preta!”

“Cosa?” domandò Aru. Certe volte proprio non lo capiva.

“E’ pop ‘o stuc p’o legn”.

“Lo sai che non sono in grado di tradurre i tuoi strampalati idiomi”.

Il ragazzo si ricompose, asciugandosi col dorso della mano il rivolo di bava che non era riuscito a contenere. “Ho detto che è una gran bella ragazza. Hai visto che tette?”

Aru si limitò ad alzare le spalle. Si era reso conto che gli umani davano un po’ troppa importanza alle mammelle, il che dimostrava quale razza infantile (quindi inferiore) fossero. Il loro senso del bello era completamente folle: prediligevano gli esemplari magri, con deretani sinuosi e tratti somatici che esternavano una certa propensione all’accoppiamento. Il che gli sembrava oltremodo perverso. Trovava l’assenza di coda una menomazione disgustosa e i capelli lunghi un eccesso di pelo che sarebbe stato igienico rasare; inoltre la loro pelle rosa aveva un che di malato, come affetta da qualche malattia degenerativa. Non poteva fare a meno di sorprendersi quando vedeva Antonio così dominato dagli ormoni. “Allora, vuoi che chieda io alla ragazza?”

“Macchè!” rispose Antonio, passandosi una mano tra i capelli troppo corti per essere acconciati in qualche modo. “Vado io”. Raggiunse la reception con passi ampi e dinoccolati, osservando la pulzella con quel suo sguardo magnetico intrigante che tanto lo faceva somigliare a Groucho Marx. “Ciao” esordì. Aru resto strabiliato dall’incipit: lui non avrebbe mai avuto un’idea del genere.

“Senti” continuò. “Stavo cercando una persona e quella persona potresti essere tu. Sei mica la nipote zio Alien?”

La ragazza lo guardò allo stesso modo in cui si osserva una pizza condita con feta e capitone: imbarazzo, incredulità, sorpresa e – soprattutto – tanto ma tanto disgusto. “Cosa?”

“Dunque, noi dobbiamo cercare zio Alien che è l’unico che può aiutarci a salvare il mondo che sta per essere distrutto. Sai, io sono una specie Yattaman che combatte per il bene della Terra” Indicò Aru. “Quello lì invece è un tizio del pianeta Antar e poi c’è il buon Umbertoskj che adesso sta cercando Margherita. Insomma, c’è gente che si applica per salvare gli animali dall’estinzione, noi invece cerchiamo di salvare dall’estinzione tutti, ma proprio tutti. Altro che Amensty! Quindi mi chiedevo se conoscessi zio Alien”.

La ragazza sbuffò portando la testa verso l’indietro, ricordando un implorazione ad Divino che celava arcani quesiti. “Se sei giusto e perfetto perché hai creato esseri così?” Prese un grosso respiro e contò fino a dieci, come aveva imparato al corso per controllare la rabbia che aveva dovuto seguire per essere assunta, poi rispose: “Ok, i creativi sono segregati in quella stanza lì”.

Antonio rivolse uno sguardo vittorioso e un pollice alzato ad Aru, che si voltò, facendo finta di non conoscerlo.

Entrati nella stanza indicata, trovarono un gruppo di persone sedute a cerchio, che ascoltando una donna vestita con abiti in stile etnico, tendo una quaderno e una penna sulle gambe o stretti in grembo. “Visto” disse vittorioso Antonio. “Abbiamo trovato gli hippie”.

La donna era magra, con i capelli castani scalati sino alle spalle e gli occhi coperti da un paio di occhiali. “Salve ragazzi” disse con voce dolce. “Non abbiate paura, sedetevi pure”

I due cercarono posto. Aru stava per sedersi quando la voce di Antonio esplose di nuovo. “Ciao Milhouse! Guarda Aru, c’è Milhouse!”

Aru provò anche questa volta a far finta di non conoscerlo, ma non ci riuscì. “Chi è?”

“E’ l’ex ragazza di Umbertoskj” disse indicando una tipa magrolina, uguale in tutto e per tutto alla donna che li aveva invitati a sedere, tranne per dieci anni in meno, i capelli neri e abiti più scuri, lunghi e slabbrati. Aru nel vederla provò la stessa sensazione che si prova leggendo un romanzo di Cesare Pavese.

La ragazza guardò altrove, cercando di non incontrare lo sguardo del ragazzo. Antonio si scansò e tornò nel suo campo visivo. “Hey Milhouse, ti ricordi? Sono Antonio!” Milhouse spostò di nuovo lo sguardo. “Madonna, sta ragazza ha un torcicollo orrendo”. Tornò di nuovo avanti ai suoi occhi. “Milhouse, come stai?” La ragazza spostò di nuovo la testa. Il balletto andò avanti per cinque minuti buoni, sino a quando Antonio non le prese la testa tra le mani, obbligandola a fissarlo. “Uelà Mihouse!”

La ragazza con aria annoiata rispose: “Ah, scusa, non ti avevo proprio visto. Ciao”.

“Allora” disse seccata, ma con tono sempre dolce, la donna. “Se avete finito possiamo riprendere la lezione”.

I due si sedettero e la donna affrontò un lungo discorso sulla semiotica delle immagini che si affastellano lungo le pagine di un  romanzo, descrisse la tecnica da adottare per la loro composizione, l’importanza del linguaggio, la determinazione nell’affrontare un percorso quasi catartico che invade la vita dell’autore anche per molti anni e che di certo non può essere sostenuto senza un’alimentazione eccellente a base di soia e miso. Aru ascoltava e una sensazione di inquietudine si impadroniva di lui. Si guardava attorno, passava in rassegna i volti delle persone che aveva davanti e quel senso di angoscia si faceva man mano più pressante. C’era una donna che se non era una casalinga disperata era di certo una casalinga disperatissima, un ometto pelato e coi baffetti che gli ricordava la foto di un impiegato del catasto sul suo libro di antropologia, un ragazzo alto, con i capelli e la barba lunga, anche lui vestito in pieno stile etnico. E poi c’erano una ragazza molto chic, che si guardava attorno col volto annoiato di chi quelle cose le sa già da un pezzo, un quarantenne che si ravanava il pacco senza smettere di fissare la ragazza chic, una donna che non era giovanissima da un pezzo e indossava abiti da teen ager, con scollature e spacchi che più che lasciar intravedere il suo corpo, lo facevano vedere e basta.

“Prendete la tecnica di scrittura di Giulo Cozzi” diceva la donna. “Lui ha tanti foglietti di carta con su scritte delle lettere, li lancia per aria e ciò che esce scrive. È la tecnica di Pollock applicata alla scrittura”. Nominò poi altri scrittori: Aldo Otto, Antonio Marziale, Matteo B. Brambilla, Marco Macchessola e Douglas Adams, elencando le rispettive tecniche di scrittura.

Aru ascoltava, guardava i presenti prendere appunti, continuava a scovare i piccoli particolari che li caratterizzavano. Infine capì: era ad un corso di scrittura creativa. L’angoscia che provava trovò finalmente il suo fondamento.

 

Non tutti lo sapevano, ma i laboratori di scrittura creativa erano delle terre di mezzo nelle quali si incontravano esseri viventi di natura incerta e con terribili turbe psicologiche, che li frequentavano per due motivi: 1) trovare persone del proprio sesso o dell’opposto da concupire, e 2) perché le sedute di analisi di gruppo costano troppo. I frequentatori arrivano sempre in orario, discutono di letteratura, cinema, musica e dell’ermeneutica tuziorista del processo dicotomico che correla analisi deontologia della poesia metafisica alla critica reazionaria della dissonanza cognitiva (non badando al fatto che tutto ciò non significhi proprio un bel niente), scrivono, sproloquiano sul significato epistemologico di un pronome all’interno del proprio racconto, ostandone l’ontologia risiedente nella loro infanzia bucolica, o in una storia sentimentale ormai conclusa a causa di una raffica di corna degna di un Uzi. Si scambiano le poesie, se le criticano, si offendono per le critiche, si odiano e poi finiscono ad unire i loro corpi un vortice di amore e odio che nasce grazie al grande amore per la letteratura e all’ancora più grande amore per la propria di letteratura. Aru osservò l’impiegato del catasto, con l’impressione che da un momento all’altro sarebbe balzato in piedi, denudandosi e gettandosi su una delle femmine presenti.

Anche lui aveva frequentato un corso del genere durante il primo anno di Università, ma era giovane e, come tutte le matricole, non aveva la benché minima idea che dire “Vabbè ragazzi, io vado al corso di scrittura creativa” fosse un po’ come esclamare “Bè gente, vado al club privè”. I suoi compagni di corso lo osservavano sghignazzanti, per poi scompisciarsi quando lo vedevano tornare, con la proboscide più moggia del solito e un colorito giallo iride di Sgank che lo rendeva ancora più ridicolo.

“Cosa hai imparato oggi?” gli chiedeva sempre qualcuno.

Aru balbettava e si guardava attorno, la frenesia lo prendeva tutte le volte che era costretto ad inventarsi una bugia in breve. “Ehm… abbiamo parlato del racconto… cioè dell’incipit, dello sviluppo della trama e poi… si, dei personaggi”.

“Ah, interessante”. I ghigni diventavano risatine che facevano il possibile per non aumentare di volume. “E parlami un po’ di questi personaggi?”

Nella mente del povero elefante giallo si affastellava l’immagine di un compagno di corso nudo che sodomizzava un ologramma di Vatespal (l’autore premio GalaxyNobel del romanzo Cento anniluce di solitudine) mentre una studentessa erasmus del pianeta Vampiria leggeva una poesia splatter sulla vasectomia. A fine lezione, era l’unico vestito, l’unico che non aveva il coraggio né di alzare la proboscide, né di leggere ciò che aveva scritto. Così, quando i compagni uscivano dall’aula con un senso di plurisoddisfazione che li colmava, lui restava seduto ancora per qualche minuto sulla sua sedia, contemplando il suo scritto, ripercorrendo con lo sguardo i luoghi dell’aula degli accoppiamenti più fantasiosi, per poi porsi una domanda che l’avrebbe perseguitato: “Perché io no?”

“Allora” esclamò la donna, facendo tornare Aru sulla Terra. “Che ne dite di fare un bell’esercizio di scrittura?”

Furono prestati carta e penna ai due visitatori, poi ognuno si chinò sul proprio quaderno a scrivere. Aru avrebbe voluto suggerire ad Antonio di scappare, ma c’era troppo silenzio ed anche un solo sibilo poteva essere ascoltato da chiunque. Provò con la telepatia, ma comunicare all’interno della sua mente era come urlare in una valle dell’eco così profonda da rendere incomprensibili le parole.

“Uffa!” si lamentò il ragazzo, sturandosi l’orecchio destro con mignolo. “Che è ‘sto fischio?” Poi tornò a scrivere.

Aru aveva l’impressione che da un momento all’altro sarebbe scoppiata un’orgia di dimensioni inaudite. Eppure non era il pensiero dell’accoppiamento indiscriminato a farlo tremare e sudare, ma la consapevolezza che lo martellava, la sicurezza che in mezzo a quel marasma sarebbe rimasto di nuovo seduto come uno spettatore, domandandosi ancora: “Perché io no?”

Però non accadde nulla. L’insegnante dette lo stop, gli alunni alzarono la testa guardandosi a vicenda, cercando di scrivere le ultime parole in barba all’ordine categorico appena ricevuto.

“Allora” domandò la donna. “Chi vuole leggere?”

Iniziò l’impiegato del catasto, leggendo un racconto su un napoletano che una volta era bello, biondo e aitante, suonava in un gruppo rock e poi si ritrovava a lavorare al catasto, con un mutuo su una casa in cui nessuno lo aspettava. Poi passò ad una ragazza che lesse un flusso di pensieri in cui la parola orgasmo compariva dodici volte, la parola vulva nove, la parola fremiti quindici e, per un motivo che nessuno dei presenti riuscì a captare, comparve per tre volte anche la parola Shalom.

Venne il turno di un ragazzo di venticinque anni, con gli occhiali e un atteggiamento evidentemente effeminato. Aru notò che attorno al lui vi era un worm spazio-temporale di cui nemmeno lui si era accorto. “Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del Posto Ristoro, luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo annoiati, maledetto inverno, davvero maledette notti alla stazione, chiacchiere e giochi di carte e il bicchiere colmo davanti, gli amici scoppiati pensano si scioglie così dicembre, basta una bottiglia sempre piena, finchè dura il fumo”.

L’insegnante tossì, imbarazzata. “Pier, quante volte ti ho detto che devi imparare a scrivere normalmente, senza fare queste sperimentazioni?”

“Tante” rispose il ragazzo, puntando le scarpe. “È solo che volevo…”

“No Pier, è solo niente. Non sei Celine, ricordatelo, sei Pier Vittorio Tondelli. Impara prima a scrivere normale e poi sperimenti quello che vuoi, va bene?”

Fu il turno di una ragazza che scriveva di uno zio stramboide, che credeva negli alieni e parlava di un asteroide chiamato Nibiru che di lì a poco si sarebbe schiantato sulla terra. A quelle parola Aru si illuminò, quella roba non poteva essere pure creatività, ma doveva appartenere ad una mente illuminata. Lo disse anche ad Antonio. Il ragazzo la osservò bene: pantalone nero, maglia nera sovrastata da un gilet a quadri bianco e nero, braccialetti ai polsi, orecchini fucsia, due pon pon fucsia che legavano i capelli in due codini e ali da fatina attaccate alla schiena. “Se quella è una mente illuminata” disse Antonio con un certo sdegno. “Io sono l’Enel”.

“Voi due” li interruppe l’insegnante. “Invece di inciuciare tra voi, perché non leggete quello che avete scritto?”

Aru riprese a sudare, attanagliato dal panico. Antonio sorrise e lesse senza farsi pregare: “Il pagliaccio ride nello specchio mentre una lacrima gli ferisce il cuore e la consapevolezza di una pistola invisibile puntata alla tempia lo rende libero. Un corvo bussa alla finestra e dice mai più. Il pagliaccio pensa di essere come lui, con un naso rosso al posto del becco”.

Silenzio.

Qualcuno disse: “Bello”, “Poetico”, “Enigmatico”. Aru osservava l’amico che si gongolava tra i complimenti, mimando inchini e sorrisoni. Dapprima pensò che non significava nulla ciò che aveva letto, poi si arrese all’evidenza che lui di letteratura non ci capiva un’acca.

Quando la lezione fu terminata, Aru si avvicinò alla ragazza con i pon pon e le fece i complimenti per ciò che aveva scritto. “Sei proprio molto creativa” anche con un corpo umano, le bugie lo facevano sudare.

“Macchè” disse lei, risoluta. “Quello mio zio è proprio così. Io non invento niente. Ah, piacere mi chiamo Ifona”.

“Aru” rispose l’alieno, tendendole la mano.

“Senti Aru vogliamo diventare amici, magari stasera andiamo all’arabo a prenderci qualcosa, poi ci facciamo un giro, che dici?”

Ecco, lo sapeva, ora sarebbe scattata l’orgia.

“Si… ma perché non invitiamo pure tuo zio?”

“Nooooo, quello sta sempre dalle parti dell’Elicantropo o a fare i festini”.

“Ah, davvero?”

“Si, si… senti, io però non ho la macchina, puoi passarmi a prendere a Fuorigrotta e poi mi riaccompagni? ”

Antonio prese Aru per un braccio, strattonandolo via. “Si, aspettaci che passiamo a prenderti!” Poi, rivolto al compagno. “Lascia stare questa qui… do dov’è l’Elicantropo, andiamo”.

Una volta fuori, Aru urlò: “Ma ti rendi conto cos’hai fatto? Quella ci stava provando con me! Ci stava provando con me capisci”. Prese un grosso respiro. “Mio Dio, perché io no?”

“No, Aru non ci stava provando con te fidati. È una stronza”.

“Ma perché?”

“Perché è la classica ragazza che ci prova con l’amico sfigato per poi arrivare a quello bello!”

Qualunque altra parola per rispondere sarebbe stata inutile. Aru si trattenne dall’incenerire il ragazzo e sbuffò: “Vabbè, andiamo a questo Elicantropo”.

Antonio gli dette una pacca sulla spalla: “Dai non fare così, tu non eri il suo tipo e lei non era il mio. Sono cose che possono capitare”.

Ps: interamente pensato e scritto da Umbertoschi in persona

Scritto da ifona84 | il giovedì, 30 agosto 2007 alle ore 15:00 | per la categoria | link al post | commenti (1) (popup)
I Genovesini

Umbertoschi ed il bidello della scuola erano ancora l’ uno di fronte all’ altro e si ispezionavano con diffidenza. Fu solo quando Umbertoschi provo’ timidamente ad ignorarlo per fiutare la scia della Darka,che il bidello rispose con alterigia e autorita’: < forse non ci siamo spiegati… ragazzino. Tu qui non ci puoi mettere piede.> incrocio’ le braccia e fece dondolare i ciondoli etnici legati ai capelli rasta.

L’eroe fremeva di rabbia; sebbene una parte di lui gia’ immaginava il volto del bidello scomporsi in tanti involtini di carne, sotto la spinta dei suoi poteri, sapeva che questa non sarebbe stata un’ ottima presentazione sulla ragazzina. Cerco’ d’agire d’astuzia, sfodero’ un sorriso di circostanza e alzo’ la mano in segno di pace < Va bene, va bene… fratello Jammin’… me ne vado. Pace e bene>. Si giro’ di spalle, e si limito’ ad abbandonare la sala principale della festa.

Ecco che pero’, appena lontano da sguardi sospetti, si nascose tra alcuni armadietti dei professori, appollaiandosi come un ornitologo in osservazione. Se non poteva entrare nella sala, poteva pero’ aspettare che la giovane donna uscisse; dopotutto i reati come pedinamento e persecuzione non lo spaventavano piu’ di tanto.

 

John si avvicino’ ai cancelli della scuola e quando si trovo’ il passo sbarrato da una serie di buttafuori dallo sguardo truce, quando annuso’ la loro pelle e quando tento’ di entrare nelle loro menti trovandole assolutamente impenetrabili, capi’ di avere a che fare con una razza di pari spessore, carisma e malvagita’.

John gia’ conosceva abbastanza bene la fama dei Genovesini; ne aveva vagamente sentito parlare sul suo pianeta, quando da bambino gli raccontavano le leggende sul Popolo eletto. Vivevano su Genovens III, pianeta di un sistema piuttosto centrale. La loro vita scorreva tranquilla in quella terra che loro consideravano come donatagli dal Creatore in persona. Lavoravano i campi, apprendevano sistemi di logica quantistica, producevano la loro birra con le piu’ basilari tecniche di auto-sostentamento;  per una ragione sconosciuta alla gran parte degli abitanti dell’ universo, parlavano tra loro in greco antico, finanziavano l’ ala progressista del Parlamento Galattico, si credevano superiori a qualsiasi altra razza dell’ universo. Non erano molto ben accetti nella Galassia, per questo quando i nazisti oltranzisti di Genovens II murarono l’ intera atmosfera del pianeta e li lasciarono morire per soffocamento, nessuno accorse in loro aiuto ( nemmeno gli esponenti del partito progressista che loro sovvenzionavano). Anzi, John ricordava con estremo piacere il giorno in cui in casa avevano festeggiato la cancellazione dell’ intera razza all’ anagrafe planetaria. Eppure alcuni gruppi sparsi erano sopravvissuti all’ enorme catastrofe. Probabilmente si trovavano in qualche villaggio turistico per famiglie di “media borghesia ma non troppo” dei pianeti esterni della Via lattea. Quando seppero di essere rimasti gli unici a custodire la purezza della stirpe voluta dal Signore, si riunirono in una setta e diedero vita alla loro diaspora. Il loro sarebbe stato un lento processo di Occupazione. Pochi gruppi scelti avrebbero incominciato la colonizzazione di un pianeta con stretto riserbo e solo quando il loro gruppo sarebbe tornato numeroso abbastanza per poter ottenere il pieno controllo della superficie, avrebbero scacciato i legittimi proprietari e li avrebbero confinati in piccole riserve turistiche recintate e accessibili al pubblico.

Ma perche’ il piano riuscisse vi era una regola fondamentale che nessuno di loro avrebbe dovuto violare: la razza doveva rimanere pura; ogni accoppiamento con alieni era tassativamente vietato.

Ecco che il Rettiliano, dinanzi alla Setta si trovo’ spiazzato e confuso. Per l’esattenzza provo’ due distinte sensazioni: la prima era un leggero fastidio nel contendersi lo stesso spazio di terra da colonizzare, ( gia’ immaginava le enormi trafile burocratiche sulla divisione esatta del globo in due meta’); la seconda era una impercettibile euforia per cio’ che sarebbe stata la sorte di Umbertoschi, qualora avesse provato a poggiare la sua aulica mano sul deretano della darka. Sorrise di gusto, saluto’ i buttafuori e decise che attendere la morte del suo nemico, appollaiato su quella punto bianca, non sarebbe stata una cattiva idea.

 

Umbertoschi non dovette attendere poi molto; la Darka usci’ dalla sala con un gruppo di amiche e si diressero tutte sgambettando verso il primo piano della scuola. Umbertoschi non perse tempo e sali’ anch’ egli le scale, assicurandosi che il bidello non fosse in giro. Con circospezione le pedino’ fino al momento in cui non le vide sparire in una delle varie aule; accelero’ il passo per riuscire anch’ egli ad entrare, ma proprio a qualche metro di distanza la porta gli si chiuse inesorabilmente in faccia. Poggio’ un orecchio alla superficie legnosa, ma non riusci’ ad udire altro che quello che la sua immaginazione gli suggeriva: donne, donne intrecciate tra loro, lingue, sudore, corpi che si toccano, sospiri, gemiti, baci, carezze, tette, culi, corpi snelli, orgasmi.< Fatemi entrare> disse in un sussurro di disperazione; aveva quasi le lacrime agli occhi e le guance arrossate dalla rabbia, respiro’ profondamente come aveva imparato da una lezione gratuita di “ Conosci il tuo corpo” alla “Zero Stress” e solo dopo parecchie tecniche di rilassamento pote’ ricomporsi. Busso’ con calma alla porta e imposto’ la voce in un tono mediamente suadente < permesso?>

Da dentro l’aula si udirono delle risate sommesse e poi una voce( probabilmente quella della Darka in persona) gridare: < parola d’ordine?>. L’eroe avrebbe potuto facilmente indovinarla leggendo dalla mente della donna,: se essa fosse stata umana e se lui fosse stato abbastanza lucido da tentare con la magia; ma si limito’ a maledire tutto l’ intero panteon scintoista per questo scherzetto infame. Sottomesso com’era, non aveva altra soluzione che mercanteggiare la sua notte di sesso. Il compromesso questa volta poteva essere molto utile. < Un aiutino?> grido’, ma in modo umile.

Dall’ interno la Darka fu categorica < bhe… e’ una frase che dovrebbe trovarsi all’ incirca verso il primo quarto del film il “Posto delle Fragole”. La ricorderesti se conoscessi Bergman…,> a quanto pare di compromessi non erano disposte a farne.. Segui’ una risata generale all’ interno dell’ aula, alla quale Umbertoschi resto’ in silenzio. Nulla sembro’ accadere; se non le maledizioni mentali di Umbertoschi,visto che Bergman proprio non lo ricordava. La darka incalzo’ < uhm… mi sa che non sei eletto a sufficienza per l’ ingresso. A mai piu’ rivederci allora!> rispose con un gridolino di approvazione sadica e ripiombo’ nel silenzio. Umbertoschi non ci vide piu’ e comincio’ a battere i pugni sulla porta, a dare calci, ad imprecare ogni maledizione insistente; mentre dall’ altra parte del pianeta, in una tranquilla villa alla periferia di Stoccolma…l’ intera discendenza di Bergman moriva stroncata da uno inspiegabile embolo al cervello.

Non ci volle molto perche’ una voce a lui familiare  giungesse di nuovo alle orecchie < Ehi… Terrestre… ti avevo spiegato come stavano le cose.>. Umbertoschi si paralizzo’ e si volto’ molto lentamente fino ad incrociare lo sguardo del bidello. Uno scambio di sguardi: quello truce del Genovesino e quello amaro di Umbertoschi, poi il Rasta parlo’ a due seguaci che vi si affiancarono < portatelo nelle segrete delle scuola.> fece una pausa < non quelle del 1800; per lui voglio quelle del periodo delle controriforma> e spari’, lasciandolo solo con i due aguzzini.

Scritto da ifona84 | il martedì, 28 agosto 2007 alle ore 15:46 | per la categoria | link al post | commenti (popup)
Ho il Pass!
Ogni normale uomo medio sprovvisto di pass si sarebbe disperato allo scomparire di quella misteriosa visione. Cosi’ fece Umbertoschi, che per due minuti si lamento’ di quanto dio lo odiasse, di quanto il mondo fosse ingiusto e di come avesse bestemmiato troppe volte affinche’ il cielo potesse oramai aiutarlo. John rimase impassibile nel sorseggiare il suo Whysky, buttando una leggera occhiata di rammarico verso la porta. Mentenne in ogni caso quella dignita’ che da sempre lo contraddistingueva. A Lui bastava conquistare il mondo, la ragazza sarebbe stata un interessante souvenir da aggiungere alla lunga schiera di Femmine di differenti pianeti della Galassia, una volta rapita e portata su Nibiru. Sospiro’ prima di immergersi in strambi calcoli infinitesimali alieni e in pensieri che non ci e’ dato comprendere. Fu Umbertoschi a distrurbare la sua concentrazione, perche’ dopo aver sbattuto un paio di volte gli sgabelli del locale ed aver litigato furiosamente con il proprietario che gli intimava di uscire, si placo’. L’espressione del suo viso si rassereno’ e quelle che erano lacrime di un uomo ferito divennero lacrime di soddisfazione. < Al diavolo il pass! Io non ne ho bisogno! Io sono Umbertoschi e ho il potere di creare tutti i pass sulla Terra!> si gratto’ la pancia e si dedico’ a far uscire dal suo deretano le piu’ immonde flatulenze quindi aggiunse < Alla Faccia tua, John!> e usci’ diretto verso la Darka.
John senti’ crescere la rabbia dentro se. In un attimo senti’ le forze destabilizzarlo e ci manco’ poco perdesse controllo rivelando al Barista e all’ intera citta’ la sua vera natura aliena. Fece un lungo respiro e strinse il bicchiere di rhum in modo talmente forte da farlo scoppiare, si asciugo’ infine su un fazzoletto il liquido alcolico che ne era fuoriuscito e si alzo’ bruscamente dal bancone. Se era possibile per Umbertoschi usare i suoi poteri in modo tanto sconsiderato, questo non avrebbe significato che quel bocconcino sarebbe stato suo. Sbatte’ violentemente la porta dietro di se e comincio’ a camminare al fresco della sera, diretto verso La Darka ed Umbertoschi.
 
Umbertoschi corse trafelato per un breve tratto di strada fino a giungere nella nota Piazza Del Gesu’ e all’ edificio scolastico A. Genovesi.. Esempio del risanamento del Centro Storico, la piazza, era stata per anni il ritrovo di giovani adolescenti della citta’, per poi venire misteriosamente assediata da una colonia molto particolare di ragazzini. Tutti di eta’ compresa fra i quattordici e i diciannove anni, erano solitamente distinguibili per l’espressione di disgusto sulle loro facce quando osservavano un essere vivente che non fosse del loro gruppo e non avesse una approfondita conoscenza di cosa fosse accaduto ad ogni singolo contadino del Chiapas.
Nonostante questo piccolo particolare, ogni ragazza di quel gruppo era considerata di gran lunga superiore alla media delle Napoletane per fascino e bellezza; questo aveva fatto si che Umbertoschi avesse tentato di approcciarle diverse volte; invano. Ecco perche’ quando vide che la Darka si avvicino’ a quel gruppetto di ragazzi incurvo’ leggermente le spalle, come se fosse stato sconfitto prima del previsto. Fu un barlume di insicurezza che duro’ meno di un nanosecondo. Lui era un supereroe… se poteva salvare il mondo poteva anche trombare una giovane Dark metropolitana. La faccia si contorse in un leggero ghigno e il petto si rigonfio’, infilo’ le mani nelle tasche e finse una camminata da uomo di mondo. Doveva sforzarsi di essere una persona quanto meno socialmente tollerabile.
Si avvicino’ alla ragazza e la blocco’ toccandole la spalla nel modo piu’ discreto possibile ( o meglio di quanto a lui riuscisse di fare); aveva gia’ osservato con attenzione alcuni ragazzi entrare nella Scuola e intuito che la festa fosse proprio all’ interno di questa. Imposto’ quindi la voce e nel mentre nascose una mano dietro la schiena < Mi scusi signorina, forse prima c’e’ stato un malinteso… lei ha parlato di pass; bhe per una strana coincidenza io credo di avere il pass per questa serata>. In quell’ istante lo materializzo’ dietro la sua schiena e lo pose, esattemente identico agli originali visti tra le mani degli altri ragazzi, dinanzi alla ragazza.
La Darka si accese in quel momento una sigaretta e lascio’ che il fumo si propagasse con tanti regolari cerchi concentrici: indifferenza c’era sul suo volto. Si limito’ a scrollare le spalle e a proferire poche parole < Bene, li’ e’ l’ ingresso.> poi si volto’ verso i suoi stretti compagni; gelida. Umbertoschi non volle comprendere i segnali e si limito’ a gioire della sua piccola conquista; almeno la festa ora era solo per lui e non per John. Ondeggiando si diresse verso l’ ingresso, preparandosi ad una serata che si sarebbe rivelata molto speciale.
 
John osservo’ la scena poco distante. Disgusto c’era sul suo volto, d’altronde la sua condizione era di un dominatore delle Galassie appollaiato dietro una Fiat Punto di seconda mano e dal colore bianco- lurido. Si distacco’ dalla stessa con circospezione; e solo quando fu Umbertoschi fu entrato nella scuola si preparo’ mentalmente alla sua strategia di attacco.
 
Umbertoschi attraverso’ l’atrio di stucchi del seicento senza trovare ostacolo alcuno dai buttafuori all’ ingresso; non si domando’ come mai vi fossero dei buttafuori per una festa scolastica; il suo unico obiettivo era far pascolare quelle donnicciuole nel suo gregge come delle mansuete caprettine, bere ed aspettare la Darka. Si infilo’ nella Grande Sala affrescata da Belisario Corenzio e sgrano’ gli occhi per la bellezza inaspettata di cio’ che vi trovo’ dentro: Alcol di ogni genere, musica reggae e donne che ballavano e fumavano a ritmo di musica. Il paradiso sceso in Terra.
Ogni  ragazza sembrava indossare una divisa, formata da almeno una decina di borchie e degli anfibi, ma i vestiti neri che indossavano avevano una manifattura molto costosa. Umbertoschi si ricordo’ allora che gia’ Mirta, molto tempo prima, li aveva additati come “degli sporchi luridi borgabbestia senza alcuna possibilita’ di recupero”, ma questo non era utile a chi come lui li vedeva come dei fruttuosi gingillini sessuali. Si avvicino’ all’norme tavolo da banchetto e bevve almeno la meta’ di una bottiglia di Vodka e almeno quattro bicchieri di Vino. Fece infine un rutto che fu udito da solo cinque persone. Stava tentando di essere il piu’ raffinato possibile: aveva bestemmiato solo quindici volte dal suo ingresso alla festa. I suoi poteri gli suggerirono ad un tratto che qualcosa di molto interessante si stava svolgendo alle sue spalle; si giro’ di scatto e rivide la sua donna. Gli sorrise come catturato da quelle forme sinuose, da quel fascino distaccato e da quella bocca carnosa di cui immaginava ogni buon uso. Poso’ il bicchiere e comincio’ a dirigersi verso di lei; era a pochi passi quando si senti’ trattenere per la maglia; l’ universo sembrava complottare contro di lui; si volto’ e lo vide.
Un uomo di mezz’ eta’. Partendo dal basso era un composto di: scarpe dai colori giamaicani piuttosto sdrucite, gambe abbronzate e peli, pantaloncini corti di jeans macchiati di olio, una cerniera lampo non del tutto abbottonata, una maglietta dai colori giamaicani piuttosto accesi, una serie di collane prodotte in Giamaica, una palla di pelo assimilabile ad una barba, un naso troppo grosso, un paio di occhi grigi, rossi e nero sgranato, a seconda che si guardasse l’iride o la cornea o la pupilla ; un basco in testa a righe giamaicane e una serie di interminabili dread non lavati da almeno un anno. Per un attimo Umbertoschi degludi’ < che ho fatto?> disse quasi timoroso.L’ uomo replico’ di tutta fretta  < Tu non dovresti stare qui… e soprattutto lei non te la dara’> innalzo’ il dito poco curato verso la Darka e infine sposto’ il suo sguardo su Umbertoschi, uno sguardo che sapeva di rimprovero. Umbertoschi fu punto nel vivo e fu assalito dalla rabbia, bestemmio’ contro Sant’ Agostino, gonfio’ il petto e disse < Io non accetto che mi si dica questo. Chi e’ lei?> .
Il Rasta non si scompose, lascio’ la maglia dell’ eroe, incrocio’ le braccia al petto e con fare severo disse < Sono il bidello della scuola!>
Scritto da ifona84 | il sabato, 21 luglio 2007 alle ore 16:57 | per la categoria | link al post | commenti (3) (popup)
La darka
< Cameriere! Un bel bicchiere di vino paesano…>
Il proprietario del locale stava accuratamente sistemando gli ultimi bicchierini da liquore dietro il bancone ed eseguiva ogni operazione in modo metodico e con apparente religiosita’, quando la voce
impostata di Umbertoschi risuono’ per lo spoglio locale. Il proprietario si sollevo’ e guardo’ l’ insegna “ chiuso”del bar che era stata accuratamente girata dal giovanotto; per un paio di secondi i suoi occhi sembrarono nascondere tutto il male del mondo,ma si limito’ ad annuire e servi’ il ragazzo.
Umbertoschi aveva fatto solo due minuti prima una promessa: ma forse se ne era gia’ dimenticato, cosi’ quando il proprietario del bar gli servi’il vino in un bicchiere di plastica,lui lo tracanno’ in un solo sorso, prima di rilassarsi sulla poltroncina di fronte al bancone.
In quel momento le porte all’ ingresso scricchiolarono ed entro’ un ragazzo la cui sola presenza avrebbe fatto girare o sospirare molte ragazze nel locale, se solo ve ne fosse stata qualcuna. Fece qualche passo, poi si porto’ indietro la fluente chioma bionda; sfoderando un sorriso degno della miglior pubblicita’ di dentifricio, si rivolse al proprietario < One glass of duble Whisky, please> e si accomodo’ al bancone, poggiandosi con raffinatezza ad una delle poltroncine.
Umbertoschi,che giocherellava con il mignolo e lo utilizzava in una accurata ispezione della sua arcata dentaria superiore, poso’ gli occhi sul giovane e vi riconobbe il ragazzo di Mirta. Per qualche minuto penso’ quasi di salutarlo, ma questo pensiero fu ricacciato nei piu’ bui anfratti della memoria; torno’ ad avere una insaziabile voglia di vino.
Fu John a notarlo. Ne percepi’ l’aura potente e proprio mentre cercava di lanciare messaggi subliminali ad altre menti aliene fu oppresso dall’ enorme potere di Umbertoschi: era anche lui in quel locale. Si giro’ e dovette constatare con amarezza che i suoi sensi non avevano sbagliato. Gli tocco’ mentire. Fece un grosso sorriso e poi fece uscire un suono quanto piu’ armonioso era possibile < Hi Umbertoschi>. In tutti i mesi dopo la prima battaglia, lui aveva cominciato a costruirsi una reputazione di enorme prestigio e rispettabilita’. Nessuno ipotizzava che dei numerosi delitti compiuti in citta’ lui fosse il mandante. John era l’ intellettuale studioso, l’americano democratico e il fidanzato premuroso di Mirta. Il solo ricordare il nome di quella ragazza, gli faceva venire l’ orticaria; pensandola si figurava l’ immagine di una piattola. Il proprietario del locale gli servi’ il suo doppio Whisky e lui comincio’ a sorseggiarlo con grazia.
Umbertoschi si senti’ salutato da John e per un attimo sembro’ ricomporsi e rispondere con un cenno della mano,per poi ricadere pesante sulla poltrona.
John e Umbertoschi in quel momento erano a pochi centimetri di distanza;  mentre uno percepiva vibrazioni e aveva brividi sostenendoli come un atto di sfida e di puro odio, l’altro ricacciava via ogni sensazione nei fumi dell’ alcol. In modo del tutto confidenziale cominciò conversazione tipica di ogni bar. < John… devo trombare> disse schietto. Poi chiamo’ il barista per farsi portare altro alcol.
“Razza di ammuffito umanoide dai bassi istinti” penso’ John, ma ogni altro pensiero fu scacciato via da una semplice affermazione < Oh… i see.> con tanto di mugolio ed alzata di spalle.
Il tedio e l’apatia pero’ non doveva protrarsi a lungo, perche’ in pochi secondi la porta scricchiolo’ di nuovo, rivelando ai presenti una figura tutt’ altro che usuale.
Una ragazzina dal caschetto e dai capelli corvini era sulla soglia. Aveva le mani coperte da  guanti a rete e poggiava una mano sullo spigolo della porta. Aveva le ciocche davanti al volto fermate da due mollettine viola. Le gambe erano lunghe e coperte da una gonna microscopica in lattex, le calze a rete erano volutamente smagliate in piu’ punti e terminavano in stivali dal tacco vertiginoso in pelle lucida. Quella che poteva definirsi una maglietta copriva appena il seno e velava tutto il resto. Aveva un solo pendaglio al collo che raffigurava una stella a cinque punte.
Osservo’ ad uno ad uno tutti i presenti e prese a scannerizzarli con i suoi occhi color ghiaccio risaltati da un doppio strato di eye-liner; la pelle era sbiancata da uno strato leggero di cerone e le labbra erano leggermente imbronciate e pittate di colore rosso rubino. Lei era una dark, anzi… lei era la Darka.
I presenti restarono in silenzio. Il barista lascio’ cadere una pezzolina che aveva tra le mani. Umbertoschi si drizzo’ col busto e John, con aria piu’ disinvolta, provo’ ad accendersi un sigaro cubano e sostitui’ rapidamente il Whishy con un Rum cubano invecchiato, accavallo’ le gambe e si pose al centro della scena, in attesa di una parola della ragazza.
< E’ aperto il locale?> chiese con gli occhi bassi e con la voce quasi rotta dal pianto. Era come se avesse appena subito una pessima notizia da cui doveva riprendersi.
Umbertoschi e John sgranarono gli occhi e dissero in coro <Pregoentra pure>. Poi Umbertoschi si avvicino’ a John, si sfioro’ la pancia con fare compiaciuto e disse < eheh… stasera si tromba…>
John lo guardo’ con il massimo dello sdegno, sopratutto dopo aver osservato la pancia pronunciata; infine con estremo sarcasmo incalzo’ < Sorry but... non credo che tra me e te lei sceglierebbe te… ad essere precisi> e nella sua mente aggiunse in rettiliano “stupido decelebrato di uno scimpanzé”.
Ma Umbertoschi comincio’ a ribattere con la stessa puntualita’ < Si, ma vedi… quello fidanzato tra me e te… non sono io. Se proprio vogliamo metterla sulla sfida personale> e gli bette’ piu’ volte una mano sulla spalla. John allora si alzo’ con negli occhi il colore della vendetta. Si ricompose nell’ arco di un secondo e con estrema disinvoltura disse alla ragazza < I would like you to sit down here… ora questo posto e’ libero> calco’ l’ accento straniero e sollevo’ il bicchiere di rum per renderlo ben visibile, in un estremo atto da giovane americano progressista di Boston.
La Darka, ignara di tutto, comincio’ a camminare a piccoli passi lungo il bancone. Lei sembrava non appartenere a questa dimensione; si sedette, ma non degno’ di alcun segno di riconoscenza John. Piuttosto con voce flebile si avvicino’ al barista e fece schioccare le sue labbra rubino.< Un bloodymary per piacere> sospiro’ e infine termino’ la frase < bello forte… mi raccomando>.
Umbertoschi stava per scoppiare in una esilarante risata. Fece l’ occhiolino a John e quasi a dimostrare che lui era piu’ capace dell’ americano, si rimbocco’ le maniche della camicia e tiro’ la pancia in dentro < E…come mai stasera sei qui in giro in centro, se posso permettermi?> disse facendo uscire un inatteso suono affabile e melodioso. La osservo’ con fare rassicurante, anche se non propriamente sincero.
La Darka comincio’ a dare i primi sorsi al cocktail e solo dopo essersi osservata le unghie pittate di nero, si degno’ di rispondere < Non sono sola. C’e’ una festa al Genovesi.>. fece un sospiro che teneva in se tutti i mali del mondo, poi continuo’ < Ma voi piccolo borghesi la chiamereste festa. Per noi dark e’ una sorta di rito catartico in cui noi ci immergiamo nelle nostre essenze ed espiamo quella che e’ la sofferenza piu’ profonda, prima di ricongiungere le nostre anime… nell’ eterno riposo> .
Umbertoschi degluti’ angosciato da queste affermazioni e nella sua testa cominciarono a ronzare queste parole: “ciccia io devo solo trombarti… non c’e’ bisogno di tanti convenevoli”. Per fortuna dalla sua bocca non usci’ una parola. In quel momento fu John a prendere in mano la situazione <it’s very interesting >  comincio’ a guardarla con molto interesse < e’ questa una sorta di rito pagano in cui si esorcizza la morte attraverso la sua raffigurazione? Sono a conoscenza di riti del genere anche nel cuore nero dell’ Africa, e’ senz’ altro una pratica molto affascinante>.
La Darka resto’ immobile e si limito’ a dare un’ altra sorsata al cocktail. Poi con lo sguardo ancora perso nel vuoto rispose anche al rettiliano < No… sei completamente fuori strada. Noi siamo dark. Non ci immedesimiamo a nessun altro essere umano o tribu’. Noi amiamo l’oltretomba, il traghettatore delle anime oltre lo Stige, il sangue del vampiro. Non so se ho reso l’ idea> la sua voce era calma e suadente, ma sapeva di morte.
Entrambi i concorrenti in quel momento sembravano sconcertati e si fissarono per alcuni secondi in una sorta di universale complicita’ maschile in grado di attraversare ogni frontiera e ogni lotta tra razze aliene; poi tornarono ad odiarsi. La Darka fini’ il suo cocktail e pago’ il conto, poi scese dallo sgabellino e fece qualche passo verso l’ uscita. Fu allora che Umbertoschi intervenne, quasi angosciato dall’ idea di non rivedere piu’ quel docile bocconcino di minorenne < Eh no… scusami un attimo. Siamo qui io e il mio amico Cerbero che vorremmo venire alla festa? Ci crediamo davvero. Possiamo entrare?> disse portando l’ indice ora verso di lui, ora verso John.
John intanto gli lanciava occhiate di puro odio. Se non ci fosse stato il proprietario del bar, probabilmente l’ avrebbe gia’ fulminato con qualche suo potere speciale.
La Darka si giro’ un’ ultima volta e scrollo’ la testa prima di accendersi una sigaretta e buttare il fumo verso i due presenti < mi dispiace… non avete il pass>
E scomparve alla volta delle citta’.
Scritto da ifona84 | il mercoledì, 30 maggio 2007 alle ore 21:20 | per la categoria | link al post | commenti (7) (popup)
La setta dei Pagani
Umbertoschi raggiunse dopo circa tra quarti d’ ora il luogo dell’ appuntamento. Lungo il tragitto si era fermato ad acquistare un gelato al cioccolato da Gai Odin, una gigantografia di Ziggy Sturdust, un dvd piratato di Mario Salieri, e l’ ultima copia di Corso Accelerato di Sudoku per principianti.
I giovani erano seduti all’ esterno di una caffetteria “ L’arabo”. Antonio piangeva, Aru invece osservava pensieroso le onde prodotte dal movimento del suo The’ alla vaniglia. Antonio singhiozzava ed intanto mangiava biscotti. < Margherita… una persona cosi’ buona, Margherita… perche’ ci hai lasciato> ed intanto sorseggiava anche il suo the’ al bergamotto. Le sinapsi di Aru si muovevano alla velocita’ della luce per cogliere nessi, cause e conseguenze, come solo un alieno evoluto poteva fare. Antonio continuava a piangere e intanto beveva anche il the’ di Aru, prima che si facesse freddo.
Umbertoschi prese una sedia e si sedette non prima di essersi grattato la schiena. Fini’ l’ ultimo biscotto sul tavolo e solo allora chiese: < Bhe… che c’e’?>
A questa domanda Antonio comincio’ a piangere piu’ forte < Una ragazza cosi’ brava, si era offerta anche di pagarmi le Tasse… come faremo senza di lei!>; fu Aru quello cui tocco’ parlare < Si tratta di Margherita… qualcuno l’ha fatta a brandelli sotto casa tua e non si sa perche’>
Umberto resto’ alcuni momenti in silenzio a pensare alla faccenda, poi si risveglio’. Sembrava stesse in profondo cordoglio, ma cio’ che gli altri gli sentirono dire fu < Uhm… che faccenda… spero che i suoi si siano fatti una assicurazione sulla vita…>
< COME PUOI DIRE UNA COSA DEL GENERE!> Antonio scatto’ in piedi sulla sedia e gli punto’ l’ indice in viso. < Se solo ti permetti di dire di nuovo una cosa del genere…>
Umbertoschi non si scompose: sollevo’ una mano e schiocco’ le dita, giusto in tempo per far riannuvolare il cielo sopra la testa di Antonio.
Si sentirono dei pugni sbattere sul tavolo; era Aru :< SMETTETELA… non e’ il tempo di giocare. C’e’ da supporre che l’ omicidio di Margherita sia collegato alla nostra missione. Il punto sta nel capire chi l’abbia uccisa e per quale motivo. E’ una cosa seria, considerando che questo potrebbe essere il primo di una serie di molti altri. Non trovate? Per questo… mettiamoci subito al lavoro e giungiamo ad una soluzione>.
Tutti si ricomposero e rimasero in silenzio a riflettere: Aru si concentro’ sulla possibile percezione di aure negative nella citta’; Umbertoschi torno’a pensare alle dinamiche di accoppiamento dopo una cena dal giapponese; Antonio si alzo’ e prese a camminare per Piazza Bellini: bisognava cercare qualcuno che li potesse aiutare. D’ un tratto alzo’ la testa e sotto l’ insegna di uno dei numerosi Bar della Zona,c’era questa scritta: STASERA RIUNIONE DEI PAGANI.
Gli occhi gli si illuminarono: loro si che avrebbero avuto la soluzione. Comincio’ a far segni strani agli altri in uno stato di sovreccitazione fuori dal comune. Saltellava e strepitava, finche’ non spinse gli altri due a raggiungerlo. Aru pago i due the’ e lascio’ la mancia, poi si avvio’ verso Antonio. Umberto riprese la mancia dal piattino e se la infilo’ in tasca, poi segui’ gli altri.
< Che ne dite… loro magari possono aiutarci con qualche incanto> suggeri’ Antonio.  Aru scrollo’ le spalle, non si fidava molto degli umani, ma non sembravano esserci altre scelte < proviamo…>
 
Una volta entrati nel pub furono costretti a scendere delle lunghe e buie scale. Sembrava il luogo giusto per una riunione di Streghe, penso’ tra se’ Antonio. Furono costretti a bussare a lungo alla porta d’ ingresso. Infine si udi’ una grave voce maschile rispondere < Chi e’ che bussa?>
< Il divino Umbertoschi>. La voce dell’ eroe non tardo’ a farsi sentire dal fondo del corrodoio.
La voce grave rispose < Non sappiamo chi sia… in ogni caso. Se volete accedere e;’ necessario operare una purificazione del vostro corpo per entrare in sintonia con la natura ed il mondo tutto. Giurate di fare tutto quello che la nostra procedura richiede?>
Umbertoschi stava per avventarsi sulla porta e sfondarla preso dalla rabbia furiosa: come potevano non riconoscerlo? Lui… il salvatore del mondo.
Aru lo trattenne giusto in tempo e rispose < Si… accettiamo la purificazione>
La voce grave apparve compiaciuta < bene… allora preparatevi ad entrare in simbiosi con la natura>
Spalanco’ la porta e cio’ che apparve ai tre fu quantomeno singolare: la voce grave apparteneva ad un uomo alto,di bell’ aspetto, con un lungo codino che cadeva sulle spalle. Aveva fronde d’alloro in testa, come un novello apollo e una leggera linea di eyeliner sotto gli occhi. I muscoli erano ben definiti e il ventre era piatto. Da sotto la maglia attillatissima era ben visibile la tartaruga. Si passo’ una mano e sprese a giocare con il codino…< Bhe… seguitemi su…> disse e si volto’ di spalle al gruppo, cominciando a sculettare. Antonio ebbe una paresi e Umbertoschi dovette spingerlo perche’ si muovesse. Aru ando’ avanti agli altri, non certo questo poteva sconvolgerlo
La stanza riproduceva in realta’ un bosco di conifere a grandezza naturale, al centro di questi era costruita una fonte in polistirolo, dove avvenivano le abluzioni. Due donne erano intente a purificarsi. Nel mentre che si immergevano si scambiavano languidi baci. Antonio a questa visione sembro’ risollevarsi il morale, mentre Umbertoschi provo’ ad abbassarsi la lampo. Aru si giro’ infuriato < se non sento di nuovo quel rumore verso l’alto… ti caccio fuori!>e costrinse l’eroe a ricomporsi.
Altre donne erano legate agli abeti e pregavano in una strana lingua celtica. Altri uomini erano chini a rivolgere preghiere alla grande madre natura. Anch’essi erano particolarmente muscolosi, anche le loro movenze erano molto delicate. Su una maglia Antonio pote’ scorgere una spalletta dell’ Arci.
Di nuovo si paralizzo’ e non riusci’ piu’ a muoversi. Aru si volto spazientito < Antonio si puo’ sapere che cos’ hai?>
Non era colpa di Antonio se per la prima volta assisteva ad una riunione del genere, se nella sua vita il massimo che aveva visto era stato Rocky Horror Pictures Show in quarta serata, se il suo unico approccio con gli elementi della natura era stato con l’acqua clorata della piscina. Di fronte ai suoi occhi si paravano invece uomini avvolti di fuoro, donne immerse nel fango, in simbiosi tra loro e con tutti gli elementi della natura.
< Sono tutti gay!> fu tutto cio’ che riusci’ a dire e si nascose dietro Umbertoschi come per cercare protezione. Aru si porto’ una mano alla fronte e con faccia sgomenta si avvicino’ alla fonte che gli stavano indicando. Dovevano purificarsi. Umbertoschi non aveva altro pensiero fisso che gettarsi in acqua con le due donne. Si scrollo’ da Antonio e in due secondi si era gia’ spogliato. Era in semplici boxer e tentava di far entrare il pedino nell’ acqua calda e fumosa. Non pote’ non maledire l’ intero zodiaco quando vide le due donne uscire dalla fonte. Anche Aru lo segui’, ma prima di entrare esegui’ una preghiera aliena. Antonio invece di avvinghiò di spalle ad una colonna. Non si sarebbe smosso da li’ fino alla fine della procedura.
 
Dopo l’abluzione furono invitati dal sommo pagano. Un uomo completamente vestito di seta arancio e d’oro, ricoperto da un velo d’ambra fece accomodare Umbertoschi e Giandi su un tavolo rotondo e la schiera di fedeli ai lati della sua figura. Comincio’ dei rituali in lingua lappone; brucio’ un po’ in incenso e diede ordine di lasciare per sottofondo un cd di Enya.
Solo quando ebbe terminato disse < bene… viandanti… anime perse. Ora che siete stati purificati noi possiamo accogliervi e esaudire le vostre richieste>
Fu Aru a parlare < bene… purtroppo una cosa terribile e’ accaduta. Una nostra cara amica e’ stata trucidata e vorremmo arrivare al suo assassino>
Il santone distorse il naso in segno di evidente disgusto < tutto cio’ che turba l’ ordine creato dalla grande madre terra e’ un turbamento anche per noi. Ti aiuteremo.> Si giro’ verso l’ uomo con le fronde d’alloro < portami gli strumenti>
Dopo poco gli furono portati sul tavolo una serie di misteriosi oggetti: ampolle, amuleti, un libro magico. Da dietro il gruppo si senti’ una voce esclamare tutta esaltata< Uaoooo… proprio come in Streghe> . Era Antonio che pero’ non fece un passo per avvicinarsi al gruppo.
La strega comincio’ a mescere dei liquidi in una ciotola, finche’ il colorito non divenne del tutto fucsia. Lesse attraverso le onde ed infine sospiro’.
< Vedete… la vostra amica era una maledetta dagli spiriti della natura. I suoi astri non erano favorevoli. Il giorno in cui e’ uscita di casa gli alberi le avevano comunicato la sventura, e cosi’ le pecore, i cavalli… avranno nitrito i cavalli della sua stalla… ma evidentemente lei non sapeva cogliere i segni della natura. Sono sicura che anche gli uccelli, le paperelle e le anatre avevano comunicato a lei di star alla larga da una possibile sventura, ma lei nulla> il santone aveva il viso costernato. Aru comincio’ ad osservarlo leggermente interdetto, mentre Umbertoschi prese a stiracchiarsi < evidentemente era piu’ pronta a cogliere i segni dell’ uccello del suo fidanzato> scoppio’ in una grassa risata, finche’ Aru non lo colpi’ all’ altezza dello stomaco, costringendolo al silenzio.
Il santone continuo’ < Da cio’ che mi trasmette il cosmo e l’armonia della natura, posso solo dirvi che questa ragazza. ..questa bruna ragazza piena di vita… e’ stata investita da un grosso camion, prima di questo si era fermata sulla statale per cambiare una gomma bucata… ma nel mentre che la stava cambiando… ahime’ le e’ finito il cric in testa ed e’ svenuta seduta stante. Ma … l’ universo non ha finito di complottare contro di essa. Un camion che si e’ fermato alla piazzola di sosta l’ha schiacciata sotto le sue ruote. Non c’e’ stato nessun omicidio. Sono tanta sofferenza… povera creatura> sospiro’ e per alcuni secondi sembro’ piangere.
Aru tossi’ imbarazzato < bhe… a me non sembrava che la sua aura si fosse spenta in questo preciso modo> , poi cerco’ delle conferme dal resto dei presenti. Umbertoschi non tardo’ ad esprimersi nel suo usuale linguaggio < bhe… a me non sembra che questi siano delle persone affidabili. Insomma gia’ che non abbiamo riconosciuto il divino Umbertoschi mi sembra un fatto grave.> detto questo si alzo’ e dopo una poderosa grattata al sedere sembro’ avviarsi verso l’ uscita.
Aru, imbarazzatissimo, tento’ di chiamarlo a se < Ti prego divino Umbertoschi non puoi lasciarli cosi’, sono stati cosi’ gentili… a loro modo ci stanno aiutando. >
Umbertoschi raccatto’ Antonio, che dalla colonna si sposto’ direttamente dietro l’eroe, poi scrollo’ le spalle e si limito’ a dire < sti cazzi>. E si incammino’ verso l’ uscita.
Aru rimase da solo a fronteggiare gli sguardi inferociti dei Pagani, quando capi’ che stavano per passare dall’ amore verso la natura, alla violenza piu’ becera, fece schioccare le dita’ e si dematerializzo’, tra lo sguardo attonito dei presenti.
Sono un’ ora dopo il trio si ricongiunse nel Cortile di Santa Maria la Nova. Antonio era ancora tramante, mentre Umbertoschi seduto su un muretto cercava di comporre un sudoku. Aru ricompose le molecole del suo corpo dinanzi agli altri due. Sembrava piuttosto calmo per aver scampato un linciaggio ad opera di alcuni invasati. Antonio lo guardo’ e sussurro’ < sono scampato ad una cerimonia gay>. Aru osservo’ con sguardo pietoso i due, poi sollevo’ gli occhi al cielo.
< Ma vedi tu… io in che razza di mondo dovevo atterrare> sospiro’, poi ritorno’ a parlare della loro missione. < ritengo che sia giusto a questo punto andare a Cercare Zio Alien. Io e Antonio possiamo occuparci di questo. E tu… Umbertoschi… come hai intenzione di renderti utile?>
Il volto di Umbertoschi sembro’ illuminarsi per un secondo e diede adito ad Aru di pensare che finalmente la missione l’aveva motivato < oh… si… anche io mi mettero’ a cercare chi ha ucciso Margherita.> Fece sorridere gli altri due e infuse in essi un barlume di speranza.
Scritto da ifona84 | il sabato, 12 maggio 2007 alle ore 13:13 | per la categoria | link al post | commenti (8) (popup)