Su Facebook oramai ne parlavano tutti: era la festa piu’ grande degli ultimi duecento anni.
Era perfino giunta notizia che il Nonnetto del Kestè aveva deciso di partecipare,e già si poteva parlare di una pacifica riunione con la concorrenza. Si, perché dal giorno in cui s’era sparsa la notizia del tragico incidente a Santa Maria la Nova, i ragazzi del fronte pacifista si erano ribellati alle violenze inaudite e avevano lasciato la sacra piazza ,per migrare presso la piccola piazzetta dinanzi all’ Orientale.
Erano rimasti alcuni gruppi di pigri a bere birra sotto la palma; i comunisti amici del nostalgico Compagno W e alcuni gruppi sparsi di ultrà napoletani ,che si fermavano a mangiare lo yogurt come pausa prima delle risse con i gay a Piazza Bellini. Per pochi mesi la piazza sembrava essere demograficamente cresciuta: era merito dei fumettisti che attendevano il loro Messia. Umbertoschi però tardava a comparire, ed essi dopo un paio di mesi, scoraggiati, tornarono alle loro abitazioni a giocare a dungeon and dragon; lasciando ai più sociali una sporadica apparizione al Volver.
I gruppi di dissidenti trovarono un nuovo capo nel Nonnetto del Kestè, un uomo sulla novantina che ogni sera appariva da una finestra antistante l’ omonimo bar, per gridare come da Piazza Venezia “ Io sono piu’ figo di Umbertoschi “ e lasciando che i ragazzi lo applaudissero.
Già tirava aria di festa. Il nonnetto era apparso con una tutina in latex arancione e molti notavano che vestiva meglio a lui che all’ eroe. Eppure nessuno dei filo- Umbertoschiani osò scagliarsi contro queste acclamazioni, restavano in un angolo della spiaggia in silenzio ad osservare il cielo e a lanciare malinconicamente un dado da venti, nella speranza che questa combinazione facilitasse il destino.
Aru e Antonio arrivarono a piedi, perché il taxi fermato prima del grande curvone di Posillipo costava loro dieci euro in meno. Percorsero la strada a passo svelto, per evitare di arrivare a festa già finita ed in silenzio, perché nessuno dei due voleva ripensare allo scabroso evento del teatro. Fu Antonio a metterlo in mezzo. -Potevamo portarli con noi, gli attori dico- ma fu zittito dal solo sguardo infernale di Aru e dalle seguenti parole – posso cancellare ogni tua residua capacità di parlare e di dire cose sensate, se non cammini silenzioso e mi indichi la strada della Gaiola. - Era la prima volta da quando aveva cominciato l’Erasmus Galattico, che si sentiva così frustrato ( escludendo quando provò a mangiare il cornetto del Tico lo trovò disgustoso).
Arrivarono alla spiaggia seguendo i richiami di una specie di ola. Antonio si illuminò, cominciò a saltellare e aumentò il passo. Si voltava di tanto in tanto verso Aru per constatare che fosse ancora dietro di lui e quando si trovò dinanzi al sentiero segreto che conduceva alla baia emise un sospiro – sono qui … ci stanno acclamando … non credi che dovremmo trasformarci? E’ che loro hanno bisogno di noi, ci acclamano come se fossimo degli eroi dell’ universo Marvel, lo comprendi?- . Aru per un attimo volle crederci; volle sperare che tutta questa sua avventura, fin dal momento in cui aveva firmato la borsa di studio residua, avesse avuto un senso e che andava scovato in questa serata. Arrivarono entrambi travestiti in latex, ma gli sguardi non furono per loro.
Il nonnetto aveva improvvisato una battaglia e stava sfidando i giocatori del Volver a colpi di dadi da venti. Inspiegabilmente era stato capace di far uscire il numero venti per ben dieci volte. I fumettisti lo guardavano commossi e gli altri applaudivano semplicemente perché erano suoi amici di Facebook. I giovani supereroi si trovarono nell’ anonimato, forse anche un po’ fuori luogo,come normalissimi infiltrati ad una festa di compleanno.
Eppure a salvarli dalle nebbie della vergogna giunse una presenza inaspettata. Era lui, era finalmente a quella festa, erano finalmente riusciti a trovarlo. Ballava Reggae con un gruppo di freak nostalgici degli anni novanta ( I nostalgici sessantottini erano finiti sugli scogli a cantare a cappella le canzoni di Simon and Garfunkel ); beveva birra e fumava uno spinello collettivo. Allargò le braccia andando loro incontro e si portò gli occhiali da sole sulla fronte – stiamo cercando di percepire un messaggio collettivo da parte di qualche civiltà lontana e più evoluta – cercò di giustificare quegli oggetti inutili. I due eroi non gli diedero molta importanza e per una volta sembravano essere molto più maturi. Antonio portò una mano al volto come a simulare un grande eroe di un film d’azione e per un attimo si sentì anche un po’ come un investigatore privato degli anni cinquanta o come un poliziotto come Montalbano, magari un po’ più grasso di Zingaretti. – Chi ha ucciso Elena I ?– disse con voce profonda, ma a questa affermazione non seguì subito una risposta.
-Fanno il party fine del mondo – constatò Zio Alien. – lo stanno organizzando i pessimisti cronici uniti, che hanno anche un gruppo su Facebook, sono più o meno un milione di iscritti. –
- Chi diavolo penserebbe di creare un gruppo del genere? – rispose Aru infuriato
- Il fondatore è Umbertoschi – aggiunge sconfitto Zio Alien, per poi offrire un po’ di birra ad entrambi.
Antonio era avvilito, si avvicinò al frigorifero dei Rastaman e con un gesto da ribelle e con voce tenebrosa disse : - fammelo doppio -. Il tipo si limitò a scrollare le spalle e gli indicò il prezzario: doppio equivaleva a dieci euro – cinque per la materia prima, due per il furgoncino, e altre tre per la corrente abusiva – come avrebbe spiegato poi.
Eppure Aru non voleva arrendersi : - e per quando sarebbe prevista? -. A zio Alien si illuminarono gli occhi – il Party? -, ma Aru non demordeva – la fine del mondo -. Zio Alien si guardò intorno, e quando gli ultimi gruppi del nonnetto fun club furono spariti dietro gli scogli, lui parlò. – per questo Natale … sempre che Umbertoschi non si risvegli in tempo!- parve acceso da un barlume di ottimismo che si spese molto presto. Poi gli occhi si fecero malinconici – Era una brava ragazza.- ma Aru questa volta lo corresse – in tutta sincerità, Zio? Non lo era. - , Alien scosse la testa – era egocentrica, impertinente, era accentratrice, lamentosa, era un’ icona imperfetta del neorealismo, la brutta copia del romanticismo, l’ unghia di Giulietta, eppure era un’ essere umano. E conosceva la vera identità del nostro nemico -.
Antonio sentì da lontano, avanzò a grandi falcate fino a raggiungerli e tenne l’ indice alzato come se fosse appena uscito dalla non-ciclopedia – io l’avevo pensato che per questo era morta -. Aru era perplesso, era troppo concentrato all’ idea di trovare Zio Alien e risolvere il complotto per pensare ad una soluzione plausibile. Per punizione si bruciò da solo due neuroni e torno’ a guardare Zio Alien.
Fu allora che Antonio ebbe i primi sintomi di cedimento: - quanti membri ha questo gruppo Facebook?- .
E non si sa come poi tutto cambiò, ma Aru si immaginò la derisione di tutti i colleghi di università, e le loro frasi pungenti – sei andato in un pieneta sottosviluppato e non sei nemmeno riuscito a migliorarlo – come se questo fosse l’ennesima conferma del suo essere inutile. Avrebbe dovuto bruciarsi altri dieci neuroni dinanzi a loro, come punizione della sua inadeguatezza. E la sua voce si fece tonante –no – e non si arrestò – Noi non aderiremo a nessun gruppo facebook, noi semmai ne creeremo uno! Chi è questo nonnetto se non uno squallido simulacro di Umbertoschi? Voi non vi rendete conto … ma il Nonnetto è solo il simbolo culminante di quanto sia vecchia la vostra società civile. Siete vecchi! Siete vecchi perché nemmeno riuscite a stare in delle tutine di lattice senza dover tirare dentro la pancia. Siete vecchi perché basta che fumettaro non vi consideri piu’ suo eroe, per arrendervi; io non vi lascerò tornare ai vostri giochi astrologici, ai vostri sabati davanti a MondialCasa o alle vostre pippe davanti al pc, mentre i vecchi si prendono il vostro mondo e permettono la sua distruzione! – forse aveva urlato troppo perché i punkabestia che stavano pogando lo riconobbero e cominciarono a lanciare i pugni in aria e ad urlare – scass utt cos’ – e ben presto arrivarono i fumettari che lo riconobbero e baciarono il suolo sul il quale camminava; e poi giunsero i sessantottini che pensarono, ma non osarono dirlo, che era arrivato un nuovo sessantotto. Infine ci fu Antonio che si inginocchio e cominciò a piangere – E’ proprio come nel film Ghandi … se solo tu cominciassi a fare lo sciopero della fame -. E Zio Alien poggiò le due mani sulle spalle dei due eroi; - la presa di coscienza è avvenuta, il viaggio iniziatico di Odisseo alla ricerca di casa è finito … ora resta l’ ultimo baluardo … l’ unione con Umbertoschi. E arriverà; questa volta sono sicuro che arriverà – alzò gli occhi al cielo, nella speranza che ci fosse una buona stella a guidarlo.
[ La situazione è piuttosto drammatica.> constatò Aru.
Mentre parlava, Elena si avvicinava al regista con la precisa intenzione di privarlo dell’ anima; pratica molto diffusa tra gli spettri insoddisfatti. Presto non sarebbe rimasto altro che un mucchio di ossa, a ricordare il grande artista.
Antonio era inginocchiato e teneva le mani congiunte. Aru non capiva bene se stesse piangendo dalla paura o dall’ emozione di essere in una scena di The Others.
Ma la situazione peggiorò quando fu il regista a prender la parola. < Elena… parliamoci chiaro. La tua recitazione non si può definite in tutto e per tutto artistica. Difetta di qualcosa. Non nel coinvolgimento emotivo, ma nello studio del personaggio. Ti ostini a pensare che anche L’Alcesti di Euripide debba essere recitata come Madame Bovary. Io comprendo la tua forte emotività, ma sentirsi una eroina dell’ ottocento in lotta contro il mondo, non fa di te la migliore attrice in circolazione. ]
Gli occhi di Elena non erano stati docili neppure da viva, ma a quelle parole assunsero un colorito tra il rosso fucrsa ed il nero morte; le mani si allungarono per afferrare le sua preda e i denti crebbero in zanne acuminate. Era impossibile distinguere con precisione le immagini, ma erano chiare le urla disperate degli attori rannicchiati in un angolo.
Aru si portò una mano alla fronte, che in linguaggio Antariano significava :“ che cavolo, quest’ uomo peggiora tutto”. Antonio sembrò capirlo senza difficoltà e si avvicinò con l’ aria saccente di chi si appresti a criticare la migliore scena splatter del secolo. Era serio e con una mano poggiata sul mento . < Secondo te dove glielo fa schizzare il sangue? >. Fu Aru invece a parlare, colto da rantoli di esasperazione < basta, basta, basta… non sono venuto sulla Terra per veder succedere una carneficina. Si suppone che il mondo debba essere salvato e non distrutto da una morta,in lotta contro un mondo che non riconosce le sue capacità artistiche.> si passò una mano sulla proboscide, ma incontrò solo il naso spigoloso di Giandi, cosa che lo fece alterare ancor di piu’.< Dobbiamo fare qualcosa di concreto per fermarla>. Con una mano raccolse un vecchio libro Antariano di incantesimi magici. Lo sfogliò rapidamente e lesse un paio di formule. Maledì se stesso per aver pensato troppo ai diritti galattici e di aver studiato in soli quindici giorni l’esame di magia. Elena era troppo vicina a quell’ uomo ed in poco tempo gli avrebbe cavato l’anima direttamente dagli occhi.
Non c'era altro tempo da perdere; Aru fu costretto a fiondarsi di lei. Incrociò le mani e raccolse tutta la sua aura aliena. Giandi limitava parecchio i movimenti; nonostante tutto, da quel corpo fuoriuscì uno scudo che protesse il Regista. In compenso Il volto di Giandi attirò le ire di Elena. Bastava guardare i suoi riccioli, il naso appuntito e gli occhi spenti, per scatenare ancora quei ricordi di amore infranto. Fu nell' ultimo residuo di umanità, che lei decise di cambiare bersaglio.
< GIANDI!> fu un urlo prolungato , seguito da un odore nauseabondo. Erano le fauci affamate dello spettro. < Ora tu mi seguirai nella morte come non hai osato seguirmi in vita>. Aru provò ad indietreggiare, ma il suo corpo era oramai pronto a seguire Elena. Le sue gambe avanzavano invece di ritrarsi.
Lasciò cadere in terra il blocchetto di forumule. < Antonio sei l’ unica mia speranza. Devi rinforzare il legame tra me e il mio corpo. Pagine trentasei, l’ incantesimo cerchiato di… blu… fai presto!>
Antonio piangeva dalla commozione. Avrebbe fatto l’eroe, il nuovo Robin del secondo millennio; il piccolo aiutante di un grande eroe ed infine sarebbe divenuto lui stesso il cavaliere Oscuro, superando perfino il grande Umbertoschi nella salvezza del pianeta.
Poteva farlo ora.
Afferrò il blocchetto e cominciò a contare tutte le pagine fino alla trentasette. Doveva restare concentrato, doveva farlo per la sua gloria ed il destino del mondo.< Fai attenzione… le parole delle formule cerchiate di Blu e di Rosso sono uguali ed ora io te le trasmetterò telepaticamente. Non sbagliare, perché un solo difetto di pronuncia sarà fatale…>
L’anima di Aru si librò nell’ etere e raggiunse la mente di Antonio. Il ragazzo si concentrò, le mani si congiunsero sul libro, l’aura fu calibrata, il potere era oramai pronto ad essere anciato. Ma non tutto andò secondo i piani.
Antonio non era mai stato del tutto portato per le lingue. Oltre al due in Francese e ad un Inglese imparato solo grazie alle canzoni dei Kiss; non aveva avuto nessun altra familiarità con le lingue. Quando andava all’ estero gli bastava conoscere parole base di sopravvivenza del tipo: “ io sono Italiano, tu come ti chiami, andiamo a letto questa sera?” e si riteneva abbastanza soddisfatto di questi piccoli traguardi. Nel momento culminante della sua carriera da supereroe, questa carenza fu fatale per la riuscita dell’ esperimento. Aveva già dimenticalo la pronuncia corretta della frase rossa e di quella cerchiata di blu. Nel suo cervello l’ unica associazione che riuscì a fare, fu di unire la frase che gli ricordava il colore piu' figo. E fu un errore.
Ben presto gli aspiranti attori cominciarono ad urlare. Le loro grida erano strazianti e costrinsero i vari abitanti del vicolo ad avvicinarsi al teatro. I ragazzi ben presto furono avvolti da una luce violacea e dinanzi allo sguardo stravolto di ogni singolo spettatore, si trasformarono in individui parecchio singolari. Non avevano nulla che potesse tradirli nel loro aspetto esteriore, ma qualcos' altro era inesrabilmente cambiato. La ragazza Emo si aggiustò il ciuffò. Ben presto il regista gli urlò di scappare, ma lei rimase immobile. Non fece altro che spostarsi fuori dal teatro seguita dalla lesbica con i Rasta. Presero due sedie e vi si accomodarono. Incrociarono le braccia al petto e cominciarono ad aspettare.
Nemmeno il ragazzo dai capelli lunghi gli rispose e piuttosto lo sguardò con aria di sfida. Dopo poco sguaino’ uno sfilatino che aveva messo da parte per la cena e lo indirizzo’ alla gola del regista. < Sei o non sei un Capuleti, o vile? Assaggerai la mia vendetta!> . Ma piu’ implacabile fu il fato che si abbattè sull’ impegato del catasto, che puntò le braccia in terra come per rivolgersi al demonio e infine squarciò con un urlo l’ intero teatro: < la mia anima, il diavolo s'è preso la mia anima!>.
Il corpo di Giandi in compenso era ancora bloccato dalle grinfie di Elena, con un fil di voce si rivolse ad Antonio < perché hai scelto la frase rossa?>
Antonio era in ginocchio, ancora non riusciva a capire l’entità del suo fallimento. < era quella che era andata bene anche in Matrix> cominciò a mugolare come un cagnolino.
L'alieno si esasperò< tu sei il peggiore degli uomini! Sei lo scarto dell’ intero genere… sei …> ma oramai Elena stava per risucchiargli l’anima.
Fu solo una combinazione di eventi se tra i presenti, accorsi dai vicolo ci fosse uno dei piu’ emergenti scrittori di sceneggiature degli ultimi dieci anni. Fu solo un caso se Elena lo riconobbe e arrestò la sua furia. Lasciò andare Giandi. Poteva sempre accadere che lui la chiamasse per uno stage allo Stabile dell’ OltreMilano. Fu epr questo che si aggiustò i capelli e sorrise al produttore; gli strinse la mano e assunse un tono di voce piu' professionale < spero che la mia interpretazione le sia piaciuta. Se vuole scritturarmi per il prossimo spettacolo, faccia una seduta spiritica e sarò subito da lei> Si volse poi ad osservare sia Aru, sia il regista e lo sguardo fu di nuovo severo < Tornerò> disse, prima di dissolversi nella nebbia.
Aru si accasciò sulle ginocchia stremato ed impaurito, Mentre Antonio cominciò a saltare dalla gioia < HA FUNZIONATO, HO VINTO! HO SCONFITTO LE FORZE DELLE TENEBRE > . Si sentiva il guru del terzo millennio, due ragazze lo sguardarono sorprese e lui non trovò nient' altro di meglio che dire: < ne farò ingoiare di terra ai cavalieri dell' Apocalisse>. le ragazze lo osservanono con indifferenza. Poi una delle due prese perun braccio l’altra e si diressero verso l’ uscita.
< Qui non c’è piu’ niente da osservare, andiamocene alla Gaiola.>
L’altra annuì < dicono sia la festa piu’ stratosferica degli ultimi venti anni>
Antonio sulle prime non capì. poi il viso si illumino: gli stavano lanciando segnali in codice affinchè lui si materializzasse alla festa. Bhe... avrebbe dimostrato a tutti che valeva come Umbertoschi. raccattò Giandi e seguì a ruota le ragazze verso l'uscita.
La gaiola sarebbe stata la prossima meta.
< Sono due lesbiche> continuava a ripetere Antonio e le parole, pronunciate spudoratamente dinanzi alle due ragazze, indussero Aru a muoversi per fermare l’ irreparabile. Ora che il piano A era fallito, non restava altra soluzione che passare ad un piano B.
Ma l'alieno non aveva un piano B. Il suo cervello che calcolava fino al minimo scarto quantistico ,non aveva previsto un errore tanto grossolano. L’ unica soluzione era quindi lasciarsi trasportare dai carnali desideri di Antonio e imitare i suoi atteggiamenti umani, nella speranza di rintracciare Zio Alien, solo grazie al primitivo strumento della vista.
La sala Teatrale era angusta. Poche scalinate si aprivano su una specie di palco che sembrava molto di piu’ uno spiazzale di una autofficina. Al centro di questo vi erano cinque sedie. E su ciascuna una semplice figura vi saliva per poi restare in una posizione piu’ o meno plastica, ma con gli occhi sollevati verso l’altro, in fase di ascesi. La prima era occupata da un ragazzo dai capelli lunghi, castani, dai lineamenti sottili, magro e piuttosto smilzo, la seconda da un signore di mezza età, magro con dei baffi, la pelata e l’espressione da cane bastonato di un impiegato del catasto. Antonio avrebbe notato poco dopo che l’ impiegato era il medesimo del corso di scrittura creativa, per il momento era del tutto intento a cercare un teschio, in modo da farsi riconoscere e quindi selezionare per la prima interpretazione dell’ Amleto.
Le due lesbiche presero posto ciascuna ad una sedia e al centro si posizionò il regista. Nella sala tutte le luci si spensero e lui trasse un profondo sospiro. Gli attori lo seguirono a ruota.
Fu in quel momento che Aru si avvicinò ad Antonio, portò le spalle in avanti e si tastò piu’ volte l’ orecchio destro ( movenza che su Antar esprimeva dubbio).
< Perché fanno questo? Pensavo si trattasse di una lezione di Teatro >
Antonio sospirò con pazienza, come se fosse stanco di spiegare sempre qualunque cosa < per te è troppo difficile da capire, se tu vedi in tutti i grandi teatri si concentrano prima di cominciare una qualsiasi opera>
La spiegazione non convinse Aru che tornò ad occuparsi della questione principale < In ogni caso non c’è Zio Alien, quindi possiamo andare>. Antonio aveva smesso di obbedirgli. Aveva allungato la mano verso il regista e seguiva ora incantato la nebbiolina trascendentale che si era formata intorno al gruppo. Nell’ insieme la composizione poteva somigliare vagamente a quella nella cappella sistina, se non fosse che Antonio era poggiato su un gradino di ferro, piuttosto che su una nuvola. Fu per questo motivo gli gli venne spontaneo sussurrare < Ua... è tropp metafisico>.
Ma le sue parole, ben presto, furono annullate dal regista che cominciò la lezione: < In errore cadono colo che antepongono il piano materiale a quello spirituale. che pensano di poter interpretare un personaggio senza fondersi spiritualmente con esso. E’ per questo motivo che voi ora, dovete ricarcare entro voi stessi il personaggio cui vi sentite piu’ affini, per terminare infine, nella sintesi hegeliana: nella summa di voi stessi ed il vostro personaggio>.
Aru si inginocchiò come intimorito < Ma su Antar gli spettacoli teatrali si fanno dando a ciascuno una parte. L’attore se la studia e la interpreta, perché sulla terra sembra così complicato?>. Ma parlò a voce troppo alta, perché fu ascoltato.
Il regista rispose sprezzante < PERCHE’ QUESTO E’ TEATRO SPERIMENTALE!> con rabbia sollevò entrambe le mani e intimorì gli ospiti, che indietreggiarono di qualche passo. Antonio strattonò il corpo di Giandi < sei provinciale… Aru> Antonio lo osservò con disprezzo, facendolo arrossire piu’ del dovuto
< senti Antonio, io non sono attore e non lo diventerò mai. Abbiamo una missione piu’ importante, ma tu non sei obbligato a seguirmi… Zio Alien non c’è e quindi io vado a cercarlo in un altro luogo>. Si alzò impettito con tutta l’intenzione di abbandonare il luogo, ma fu interrotto da qualcosa di inaspettato: le porte del teatro si aprirono, cominciò ad uscirne del fumo biancastro; oramai il teatro sembrava intriso di spiritualità.
Il regista cominciò ad arretrare atterrito, mentre gli attori erano ancora concentrati sui loro ruoli. Giandi ed Antonio rimasero immobili. Il primo perché l’uscita era occupata ed il secondo perché aveva le lacrime agli occhi < Sembra incontri ravvicinati del terzo tipo!>. Dal bianco della sala cominciò ad intravedersi la figura di un essere che, dapprima sembrava un alieno, e poi assunse i piu’ definiti contorni di una donna. Aveva i capelli lunghi portati sciolti lungo la schiena e il vestito completamente macchiato di sangue. Il volto tumefatto rimandava per certo a quello di una defunta.
Il corpo di Giandi la riconobbe prima di tutti gli altri, una tremarella che non riusciva nemmeno a farlo reggere in piedi gli invase il corpo. Antonio la riconobbe subito dopo gridando < MA E’ ELENA!> facendo risvegliare tutti gli attori.
Lo spirito di Elena stranamente non si diresse verso il suo ex fidanzato, ma indicò con ferocia il regista. Si avvicinò trasudando rabbia anche nella sua non- essenza e gridò: < Carlo tu… patirai le pene dell’ inferno. Che sia maledetto tu e il tuo teatro sperimentale. SAI DOVE VOLEVANO SBATTERMI? NEL GIRONE DELLE VELINE!>
Voglio fare una premessa. esattamente dopo un anno riprende l'avventura di Aru, Giandi e Umbertoschi. Non so per quale ragione si smette di scrivere, forse per mancanza di autostima o forse perchè ero in una fase della vita in cui avevo bisogno di fermarmi. Ora voglio dirvi che in questa storia io ci credo. E' forse stupida e di poco spessore intellettuale, ma è nata come uno scherzo tra amici e la voglio continuare. cambierò molte cose anche prima e quando saranno modificate io aggiugnerò che c'è stata una modifica. E' soltanto una bozza, solo un modo per divertirsi.
Un bacio a tutti e buona lettura.
A detta di molti l’Elicantropo era un teatro. Un qualsiasi essere umano potrebbe associare la parola teatro ad un edificio pomposo in oro e tende rosse, con i tappeti al suolo ed una parete di specchi sufficientemente larga da poter analizzare con cura le macchie sul proprio visone. Invece ciò che lo spettatore si trovava davanti era piu’ simile ad una mescolanza tra un garage ed un negozio ortofrutticolo. Sorgeva in un vicolo, buio al punto da necessitare una perenne illuminazione artificiale, ma largo abbastanza da consentire uno “scippo”. Le porte in ferro battuto erano accostate durante l’ orario pomeridiano e l’ unico modo per capire se il locale fosse aperto era concentrarsi sulle microonde energetiche provenienti da differenti angoli dell’ edificio e dall’ analisi estemporanea del livello di radioattività del tufo, oppure notando il filino di luce che proveniva dallo spioncino del grande portone. Aru scelse la prima strada.
C’erano due ordini di problemi ad affliggerlo in questa ricerca spasmodica di zio Alien. Il primo era comprendere se il corso di teatro fosse quello serale per adulti o per ragazzini, semplicemente intercettando le onde celebrali emesse dal regista, il secondo era riuscirci senza emettere il solito verso aracno-bovino tipico degli abitanti di Antar e il terzo era non farsi assolutamente scoprire in questa impresa.
Allungò le due braccia in modo da disporle orizzontalmente al terreno, si piegò a 45 gradi e sollevò la gamba sinistra piegandola verso l’alto, in modo da fondere il suo corpo con il prototipo ideale di antenna. Socchiude gli occhi, ma mantenne la stessa espressione di onnipotenza e superiorità rispetto agli altri membri del gruppo.
Antonio rimase poggiato al lato del portone in ferro. Era indeciso se concentrarsi sul gelato Cucciolone e terminarlo al nono morso ( sancendo così il record mondiale imbattuto dagli anni novanta) oppure seguire i bizzarri movimenti di Aru. Optò per la seconda soluzione, invogliato dalla possibilià che qualche produttore della rai di Napoli lo scambiasse per un futuro talento e gli facesse recitare da protagonista la serie napoletana di X-Files.
<Lo sento...> sibilò Aru. < … l’ odore di Zio Alien>
< Anche io> rispose Antonio simulando la sua stessa inclinazione di bacino. Aveva dei seri problemi di equilibrio e piu’ volte era costretto a saltellare in avanti per poi poggiarsi alla parete. Aru gli rivolse la peggiore delle sue occhiate, ma non osò aggredirlo. Fu di nuovo Antonio a rompere l’ imbarazzante silenzio: < dovremmo cercare ora un modo per andarlo a prendere> . Intanto si sollevava in piedi cercando di ritrovare il baricentro perso. Ma le sue idee non erano terminate, anzi, si sentiva piu’ propositivo del solito, < se riuscissimo a salire sul tetto dell’ edificio, potremmo scavare un buco, io potrei calarmi dal soffitto con delle corde come in Mission Impossible e sollevare Zio Alien, senza che nessuno se ne accorga.>. Aru era lì che fissava il portone di ferro come l’ oracolo di Delfi, come estraniato da qualsiasi agente esterno. Ad Antonio vennero gli occhi lucidi; si inginocchiò e prese a toccarli la maglia con entrambe le mani. <ti giuro che non fallirei>. Ma nemmeno questo appello disperato ottenne un effetto.
Aru rimaneva lì a scandagliare con ogni minima sensazione aliena quel materiale e ci sarebbe rimasto per ancora parecchi minuti se due aspiranti attrici non avessero aperto improvvisamente la porta del teatro.
Una aveva dei rasta rossi e li tratteneva sul capo con una fascia verde: la vita leggermente arrotondata era coperta da una felpa nera e da alcuni pantaloni militare che nascondevano le sue forme nel vano intento di darle una apparenza androgina. La ragazza con i rasta aveva l’aria annoiata e stava rollando una canna. Quella che le stava di fronte notò anche le due spie, ma non rivolse loro la parola; aveva un caschetto nero con due ciuffi viola, degli occhi truccati ed una miriade di teschiettini disegnati in varie parti del corpo.
Le due, che Antonio successivamente bollò come lesbiche, stavanno discutendo animatamente sullo spessore artistico dei Tokyo Hotel. Quella con i rasta scuoteva con violenza la testa e aggrediva l’altra con un fiume di parole piuttosto concitate < cioè tu non capisci un cazzo… cioè come è possibile che dal nulla mi spunta questo tedesco che vuole fare il giapponese, che è uomo ma vuole essere donna, che vuole essere rocker ma canta le canzoni alla Britney Spears… per cortesia… Rudy… cioè non dirmi che quella è musica>. La ragazza con il caschetto aveva lo sguardo sottomesso, e mostrava evidenti segni di dolore. Aru si lasciò per un attimo distrarre dalla Missione, e provò ad avvicinarsi per consolare la ragazzina dai capelli viola. Antonio lo fermò in tempo.< No> rispose in un sussurro < non lo fare… è un Emo!>. Aru spalancò appena le braccia facendo ondeggiare i Ricci del corpo di Giandi, < cioè?> rispose stranito.
Antonio gli era ancora alle ginocchia, e lo spinse di poco ad abbassarsi per arrivare all’ orecchio e infine sentenziò con fare enciclopedico < dicesi Emo quel ragazzo/a che vorrebbe essere dark, ma è troppo fighetto per diventarlo, che vorrebbe essere uomo, ma poi si veste da donna, che vorrebbe prendere otto a scuola, ma poi si fa bocciare, che soffre mentre sta al concerto dei Tokyo Hotel, poi torna a casa e soffre perché il concerto dei Tokyo Hotel è finito, ed infine… non ci crederai, ma si taglia le vene>. Aru cercava incuriosito segni di tagli sul corpo della ragazzina, senza però trovare alcun riscontro alle parole di Antonio. Fece un altro passo quindi in sua direzione, prima che Antonio lo fermasse di nuovo < noooo… non provare a farla desistere dal suo dolore… può tagliare anche te>.
A quella parola uscì fuori la segretaria , una donna di mezza età e dai capelli rosso fuoco, che masticava senza voglia una gomma e richiamò le studentesse a lezione. La prima buttò la canna e tese la mano alla seconda per poi dirigersi verso il teatro. Erano tornate in perfetta sintonia
Ad Antonio brillarono gli occhi, li cervello gli suggerì che aveva appena visto due lesbiche. Per un attimo ringraziò il signore alla sola possibilità che questa storia lo conducesse in situazioni talmente perversa da somigliare vagamante a “Proibito” e per la contentezza dimenticò del tutto le accurate procedure di intercettazione di Aru.
< sono lesbiche, sono lesbiche, sono lebiche… ed io non sono geloso>
Un sol passo e si era lasciato completamente Aru alle spalle.
Nota dell’autore: A causa degli sconvolgenti eventi che hanno stravolto il nostro universo empirico, il personaggio di Santa è stato sostituito da quello di Milena. In un mondo fatto di precarietà, neppure i personaggi di un racconto possono avere un briciolo di certezza.
Lo Zero stress era un centro benessere che si mimetizzava lungo via Crispi, nascondendo al suo interno piccole stanze dalle quali, dopo essersi parcheggiati per qualche oretta, se ne usciva con un senso di sollievo che permetteva di affrontare le tragedie quotidiane come il traffico, il lavoro, la diossina e lo smog con una certa rilassatezza per almeno quarantacinque minuti (a volte anche per un’ora). Mentre Aru e Antonio percorrevano la strada che dalla metropolitana di piazza Amedeo li avrebbe condotti a destinazione, si interrogavano silenziosi su quelle che sarebbero state le sorti dell’umanità.
“Sei sicuro che zio Alien sia qui?” domandò ad un tratto l’alieno, scuotendo nervosamente la testa. Non si era ancora abituato a quel corpo così antiesteticamente privo di proboscide.
“Certo. Hai detto che è uno di quei bislacchi tipi new age, no? O lo troviamo qui oppure in una comune hippie”.
“Gli hippie del pianeta Woodstock?”
“Forse. Con tutti i trip che si fanno è probabile che siano passati anche di lì”.
Quando arrivarono, furono accolti da un piacevole aroma di olio di rose che era diffuso nelle stanze del centro. L’arredamento era essenziale, parquet e quadri alle pareti e il banco della reception, presieduta da una ragazza le cui forme erano perfettamente delineate da un top e un jeans attillato come una seconda pelle.
“Uà” esplose Antonio. “E’ pop ‘na preta!”
“Cosa?” domandò Aru. Certe volte proprio non lo capiva.
“E’ pop ‘o stuc p’o legn”.
“Lo sai che non sono in grado di tradurre i tuoi strampalati idiomi”.
Il ragazzo si ricompose, asciugandosi col dorso della mano il rivolo di bava che non era riuscito a contenere. “Ho detto che è una gran bella ragazza. Hai visto che tette?”
Aru si limitò ad alzare le spalle. Si era reso conto che gli umani davano un po’ troppa importanza alle mammelle, il che dimostrava quale razza infantile (quindi inferiore) fossero. Il loro senso del bello era completamente folle: prediligevano gli esemplari magri, con deretani sinuosi e tratti somatici che esternavano una certa propensione all’accoppiamento. Il che gli sembrava oltremodo perverso. Trovava l’assenza di coda una menomazione disgustosa e i capelli lunghi un eccesso di pelo che sarebbe stato igienico rasare; inoltre la loro pelle rosa aveva un che di malato, come affetta da qualche malattia degenerativa. Non poteva fare a meno di sorprendersi quando vedeva Antonio così dominato dagli ormoni. “Allora, vuoi che chieda io alla ragazza?”
“Macchè!” rispose Antonio, passandosi una mano tra i capelli troppo corti per essere acconciati in qualche modo. “Vado io”. Raggiunse la reception con passi ampi e dinoccolati, osservando la pulzella con quel suo sguardo magnetico intrigante che tanto lo faceva somigliare a Groucho Marx. “Ciao” esordì. Aru resto strabiliato dall’incipit: lui non avrebbe mai avuto un’idea del genere.
“Senti” continuò. “Stavo cercando una persona e quella persona potresti essere tu. Sei mica la nipote zio Alien?”
La ragazza lo guardò allo stesso modo in cui si osserva una pizza condita con feta e capitone: imbarazzo, incredulità, sorpresa e – soprattutto – tanto ma tanto disgusto. “Cosa?”
“Dunque, noi dobbiamo cercare zio Alien che è l’unico che può aiutarci a salvare il mondo che sta per essere distrutto. Sai, io sono una specie Yattaman che combatte per il bene della Terra” Indicò Aru. “Quello lì invece è un tizio del pianeta Antar e poi c’è il buon Umbertoskj che adesso sta cercando Margherita. Insomma, c’è gente che si applica per salvare gli animali dall’estinzione, noi invece cerchiamo di salvare dall’estinzione tutti, ma proprio tutti. Altro che Amensty! Quindi mi chiedevo se conoscessi zio Alien”.
La ragazza sbuffò portando la testa verso l’indietro, ricordando un implorazione ad Divino che celava arcani quesiti. “Se sei giusto e perfetto perché hai creato esseri così?” Prese un grosso respiro e contò fino a dieci, come aveva imparato al corso per controllare la rabbia che aveva dovuto seguire per essere assunta, poi rispose: “Ok, i creativi sono segregati in quella stanza lì”.
Antonio rivolse uno sguardo vittorioso e un pollice alzato ad Aru, che si voltò, facendo finta di non conoscerlo.
Entrati nella stanza indicata, trovarono un gruppo di persone sedute a cerchio, che ascoltando una donna vestita con abiti in stile etnico, tendo una quaderno e una penna sulle gambe o stretti in grembo. “Visto” disse vittorioso Antonio. “Abbiamo trovato gli hippie”.
La donna era magra, con i capelli castani scalati sino alle spalle e gli occhi coperti da un paio di occhiali. “Salve ragazzi” disse con voce dolce. “Non abbiate paura, sedetevi pure”
I due cercarono posto. Aru stava per sedersi quando la voce di Antonio esplose di nuovo. “Ciao Milhouse! Guarda Aru, c’è Milhouse!”
Aru provò anche questa volta a far finta di non conoscerlo, ma non ci riuscì. “Chi è?”
“E’ l’ex ragazza di Umbertoskj” disse indicando una tipa magrolina, uguale in tutto e per tutto alla donna che li aveva invitati a sedere, tranne per dieci anni in meno, i capelli neri e abiti più scuri, lunghi e slabbrati. Aru nel vederla provò la stessa sensazione che si prova leggendo un romanzo di Cesare Pavese.
La ragazza guardò altrove, cercando di non incontrare lo sguardo del ragazzo. Antonio si scansò e tornò nel suo campo visivo. “Hey Milhouse, ti ricordi? Sono Antonio!” Milhouse spostò di nuovo lo sguardo. “Madonna, sta ragazza ha un torcicollo orrendo”. Tornò di nuovo avanti ai suoi occhi. “Milhouse, come stai?” La ragazza spostò di nuovo la testa. Il balletto andò avanti per cinque minuti buoni, sino a quando Antonio non le prese la testa tra le mani, obbligandola a fissarlo. “Uelà Mihouse!”
La ragazza con aria annoiata rispose: “Ah, scusa, non ti avevo proprio visto. Ciao”.
“Allora” disse seccata, ma con tono sempre dolce, la donna. “Se avete finito possiamo riprendere la lezione”.
I due si sedettero e la donna affrontò un lungo discorso sulla semiotica delle immagini che si affastellano lungo le pagine di un romanzo, descrisse la tecnica da adottare per la loro composizione, l’importanza del linguaggio, la determinazione nell’affrontare un percorso quasi catartico che invade la vita dell’autore anche per molti anni e che di certo non può essere sostenuto senza un’alimentazione eccellente a base di soia e miso. Aru ascoltava e una sensazione di inquietudine si impadroniva di lui. Si guardava attorno, passava in rassegna i volti delle persone che aveva davanti e quel senso di angoscia si faceva man mano più pressante. C’era una donna che se non era una casalinga disperata era di certo una casalinga disperatissima, un ometto pelato e coi baffetti che gli ricordava la foto di un impiegato del catasto sul suo libro di antropologia, un ragazzo alto, con i capelli e la barba lunga, anche lui vestito in pieno stile etnico. E poi c’erano una ragazza molto chic, che si guardava attorno col volto annoiato di chi quelle cose le sa già da un pezzo, un quarantenne che si ravanava il pacco senza smettere di fissare la ragazza chic, una donna che non era giovanissima da un pezzo e indossava abiti da teen ager, con scollature e spacchi che più che lasciar intravedere il suo corpo, lo facevano vedere e basta.
“Prendete la tecnica di scrittura di Giulo Cozzi” diceva la donna. “Lui ha tanti foglietti di carta con su scritte delle lettere, li lancia per aria e ciò che esce scrive. È la tecnica di Pollock applicata alla scrittura”. Nominò poi altri scrittori: Aldo Otto, Antonio Marziale, Matteo B. Brambilla, Marco Macchessola e Douglas Adams, elencando le rispettive tecniche di scrittura.
Aru ascoltava, guardava i presenti prendere appunti, continuava a scovare i piccoli particolari che li caratterizzavano. Infine capì: era ad un corso di scrittura creativa. L’angoscia che provava trovò finalmente il suo fondamento.
Non tutti lo sapevano, ma i laboratori di scrittura creativa erano delle terre di mezzo nelle quali si incontravano esseri viventi di natura incerta e con terribili turbe psicologiche, che li frequentavano per due motivi: 1) trovare persone del proprio sesso o dell’opposto da concupire, e 2) perché le sedute di analisi di gruppo costano troppo. I frequentatori arrivano sempre in orario, discutono di letteratura, cinema, musica e dell’ermeneutica tuziorista del processo dicotomico che correla analisi deontologia della poesia metafisica alla critica reazionaria della dissonanza cognitiva (non badando al fatto che tutto ciò non significhi proprio un bel niente), scrivono, sproloquiano sul significato epistemologico di un pronome all’interno del proprio racconto, ostandone l’ontologia risiedente nella loro infanzia bucolica, o in una storia sentimentale ormai conclusa a causa di una raffica di corna degna di un Uzi. Si scambiano le poesie, se le criticano, si offendono per le critiche, si odiano e poi finiscono ad unire i loro corpi un vortice di amore e odio che nasce grazie al grande amore per la letteratura e all’ancora più grande amore per la propria di letteratura. Aru osservò l’impiegato del catasto, con l’impressione che da un momento all’altro sarebbe balzato in piedi, denudandosi e gettandosi su una delle femmine presenti.
Anche lui aveva frequentato un corso del genere durante il primo anno di Università, ma era giovane e, come tutte le matricole, non aveva la benché minima idea che dire “Vabbè ragazzi, io vado al corso di scrittura creativa” fosse un po’ come esclamare “Bè gente, vado al club privè”. I suoi compagni di corso lo osservavano sghignazzanti, per poi scompisciarsi quando lo vedevano tornare, con la proboscide più moggia del solito e un colorito giallo iride di Sgank che lo rendeva ancora più ridicolo.
“Cosa hai imparato oggi?” gli chiedeva sempre qualcuno.
Aru balbettava e si guardava attorno, la frenesia lo prendeva tutte le volte che era costretto ad inventarsi una bugia in breve. “Ehm… abbiamo parlato del racconto… cioè dell’incipit, dello sviluppo della trama e poi… si, dei personaggi”.
“Ah, interessante”. I ghigni diventavano risatine che facevano il possibile per non aumentare di volume. “E parlami un po’ di questi personaggi?”
Nella mente del povero elefante giallo si affastellava l’immagine di un compagno di corso nudo che sodomizzava un ologramma di Vatespal (l’autore premio GalaxyNobel del romanzo Cento anniluce di solitudine) mentre una studentessa erasmus del pianeta Vampiria leggeva una poesia splatter sulla vasectomia. A fine lezione, era l’unico vestito, l’unico che non aveva il coraggio né di alzare la proboscide, né di leggere ciò che aveva scritto. Così, quando i compagni uscivano dall’aula con un senso di plurisoddisfazione che li colmava, lui restava seduto ancora per qualche minuto sulla sua sedia, contemplando il suo scritto, ripercorrendo con lo sguardo i luoghi dell’aula degli accoppiamenti più fantasiosi, per poi porsi una domanda che l’avrebbe perseguitato: “Perché io no?”
“Allora” esclamò la donna, facendo tornare Aru sulla Terra. “Che ne dite di fare un bell’esercizio di scrittura?”
Furono prestati carta e penna ai due visitatori, poi ognuno si chinò sul proprio quaderno a scrivere. Aru avrebbe voluto suggerire ad Antonio di scappare, ma c’era troppo silenzio ed anche un solo sibilo poteva essere ascoltato da chiunque. Provò con la telepatia, ma comunicare all’interno della sua mente era come urlare in una valle dell’eco così profonda da rendere incomprensibili le parole.
“Uffa!” si lamentò il ragazzo, sturandosi l’orecchio destro con mignolo. “Che è ‘sto fischio?” Poi tornò a scrivere.
Aru aveva l’impressione che da un momento all’altro sarebbe scoppiata un’orgia di dimensioni inaudite. Eppure non era il pensiero dell’accoppiamento indiscriminato a farlo tremare e sudare, ma la consapevolezza che lo martellava, la sicurezza che in mezzo a quel marasma sarebbe rimasto di nuovo seduto come uno spettatore, domandandosi ancora: “Perché io no?”
Però non accadde nulla. L’insegnante dette lo stop, gli alunni alzarono la testa guardandosi a vicenda, cercando di scrivere le ultime parole in barba all’ordine categorico appena ricevuto.
“Allora” domandò la donna. “Chi vuole leggere?”
Iniziò l’impiegato del catasto, leggendo un racconto su un napoletano che una volta era bello, biondo e aitante, suonava in un gruppo rock e poi si ritrovava a lavorare al catasto, con un mutuo su una casa in cui nessuno lo aspettava. Poi passò ad una ragazza che lesse un flusso di pensieri in cui la parola orgasmo compariva dodici volte, la parola vulva nove, la parola fremiti quindici e, per un motivo che nessuno dei presenti riuscì a captare, comparve per tre volte anche la parola Shalom.
Venne il turno di un ragazzo di venticinque anni, con gli occhiali e un atteggiamento evidentemente effeminato. Aru notò che attorno al lui vi era un worm spazio-temporale di cui nemmeno lui si era accorto. “Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del Posto Ristoro, luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo annoiati, maledetto inverno, davvero maledette notti alla stazione, chiacchiere e giochi di carte e il bicchiere colmo davanti, gli amici scoppiati pensano si scioglie così dicembre, basta una bottiglia sempre piena, finchè dura il fumo”.
L’insegnante tossì, imbarazzata. “Pier, quante volte ti ho detto che devi imparare a scrivere normalmente, senza fare queste sperimentazioni?”
“Tante” rispose il ragazzo, puntando le scarpe. “È solo che volevo…”
“No Pier, è solo niente. Non sei Celine, ricordatelo, sei Pier Vittorio Tondelli. Impara prima a scrivere normale e poi sperimenti quello che vuoi, va bene?”
Fu il turno di una ragazza che scriveva di uno zio stramboide, che credeva negli alieni e parlava di un asteroide chiamato Nibiru che di lì a poco si sarebbe schiantato sulla terra. A quelle parola Aru si illuminò, quella roba non poteva essere pure creatività, ma doveva appartenere ad una mente illuminata. Lo disse anche ad Antonio. Il ragazzo la osservò bene: pantalone nero, maglia nera sovrastata da un gilet a quadri bianco e nero, braccialetti ai polsi, orecchini fucsia, due pon pon fucsia che legavano i capelli in due codini e ali da fatina attaccate alla schiena. “Se quella è una mente illuminata” disse Antonio con un certo sdegno. “Io sono l’Enel”.
“Voi due” li interruppe l’insegnante. “Invece di inciuciare tra voi, perché non leggete quello che avete scritto?”
Aru riprese a sudare, attanagliato dal panico. Antonio sorrise e lesse senza farsi pregare: “Il pagliaccio ride nello specchio mentre una lacrima gli ferisce il cuore e la consapevolezza di una pistola invisibile puntata alla tempia lo rende libero. Un corvo bussa alla finestra e dice mai più. Il pagliaccio pensa di essere come lui, con un naso rosso al posto del becco”.
Silenzio.
Qualcuno disse: “Bello”, “Poetico”, “Enigmatico”. Aru osservava l’amico che si gongolava tra i complimenti, mimando inchini e sorrisoni. Dapprima pensò che non significava nulla ciò che aveva letto, poi si arrese all’evidenza che lui di letteratura non ci capiva un’acca.
Quando la lezione fu terminata, Aru si avvicinò alla ragazza con i pon pon e le fece i complimenti per ciò che aveva scritto. “Sei proprio molto creativa” anche con un corpo umano, le bugie lo facevano sudare.
“Macchè” disse lei, risoluta. “Quello mio zio è proprio così. Io non invento niente. Ah, piacere mi chiamo Ifona”.
“Aru” rispose l’alieno, tendendole la mano.
“Senti Aru vogliamo diventare amici, magari stasera andiamo all’arabo a prenderci qualcosa, poi ci facciamo un giro, che dici?”
Ecco, lo sapeva, ora sarebbe scattata l’orgia.
“Si… ma perché non invitiamo pure tuo zio?”
“Nooooo, quello sta sempre dalle parti dell’Elicantropo o a fare i festini”.
“Ah, davvero?”
“Si, si… senti, io però non ho la macchina, puoi passarmi a prendere a Fuorigrotta e poi mi riaccompagni? ”
Antonio prese Aru per un braccio, strattonandolo via. “Si, aspettaci che passiamo a prenderti!” Poi, rivolto al compagno. “Lascia stare questa qui… do dov’è l’Elicantropo, andiamo”.
Una volta fuori, Aru urlò: “Ma ti rendi conto cos’hai fatto? Quella ci stava provando con me! Ci stava provando con me capisci”. Prese un grosso respiro. “Mio Dio, perché io no?”
“No, Aru non ci stava provando con te fidati. È una stronza”.
“Ma perché?”
“Perché è la classica ragazza che ci prova con l’amico sfigato per poi arrivare a quello bello!”
Qualunque altra parola per rispondere sarebbe stata inutile. Aru si trattenne dall’incenerire il ragazzo e sbuffò: “Vabbè, andiamo a questo Elicantropo”.
Antonio gli dette una pacca sulla spalla: “Dai non fare così, tu non eri il suo tipo e lei non era il mio. Sono cose che possono capitare”.
Ps: interamente pensato e scritto da Umbertoschi in persona
Umbertoschi ed il bidello della scuola erano ancora l’ uno di fronte all’ altro e si ispezionavano con diffidenza. Fu solo quando Umbertoschi provo’ timidamente ad ignorarlo per fiutare la scia della Darka,che il bidello rispose con alterigia e autorita’: < forse non ci siamo spiegati… ragazzino. Tu qui non ci puoi mettere piede.> incrocio’ le braccia e fece dondolare i ciondoli etnici legati ai capelli rasta.
L’eroe fremeva di rabbia; sebbene una parte di lui gia’ immaginava il volto del bidello scomporsi in tanti involtini di carne, sotto la spinta dei suoi poteri, sapeva che questa non sarebbe stata un’ ottima presentazione sulla ragazzina. Cerco’ d’agire d’astuzia, sfodero’ un sorriso di circostanza e alzo’ la mano in segno di pace < Va bene, va bene… fratello Jammin’… me ne vado. Pace e bene>. Si giro’ di spalle, e si limito’ ad abbandonare la sala principale della festa.
Ecco che pero’, appena lontano da sguardi sospetti, si nascose tra alcuni armadietti dei professori, appollaiandosi come un ornitologo in osservazione. Se non poteva entrare nella sala, poteva pero’ aspettare che la giovane donna uscisse; dopotutto i reati come pedinamento e persecuzione non lo spaventavano piu’ di tanto.
John si avvicino’ ai cancelli della scuola e quando si trovo’ il passo sbarrato da una serie di buttafuori dallo sguardo truce, quando annuso’ la loro pelle e quando tento’ di entrare nelle loro menti trovandole assolutamente impenetrabili, capi’ di avere a che fare con una razza di pari spessore, carisma e malvagita’.
John gia’ conosceva abbastanza bene la fama dei Genovesini; ne aveva vagamente sentito parlare sul suo pianeta, quando da bambino gli raccontavano le leggende sul Popolo eletto. Vivevano su Genovens III, pianeta di un sistema piuttosto centrale. La loro vita scorreva tranquilla in quella terra che loro consideravano come donatagli dal Creatore in persona. Lavoravano i campi, apprendevano sistemi di logica quantistica, producevano la loro birra con le piu’ basilari tecniche di auto-sostentamento; per una ragione sconosciuta alla gran parte degli abitanti dell’ universo, parlavano tra loro in greco antico, finanziavano l’ ala progressista del Parlamento Galattico, si credevano superiori a qualsiasi altra razza dell’ universo. Non erano molto ben accetti nella Galassia, per questo quando i nazisti oltranzisti di Genovens II murarono l’ intera atmosfera del pianeta e li lasciarono morire per soffocamento, nessuno accorse in loro aiuto ( nemmeno gli esponenti del partito progressista che loro sovvenzionavano). Anzi, John ricordava con estremo piacere il giorno in cui in casa avevano festeggiato la cancellazione dell’ intera razza all’ anagrafe planetaria. Eppure alcuni gruppi sparsi erano sopravvissuti all’ enorme catastrofe. Probabilmente si trovavano in qualche villaggio turistico per famiglie di “media borghesia ma non troppo” dei pianeti esterni della Via lattea. Quando seppero di essere rimasti gli unici a custodire la purezza della stirpe voluta dal Signore, si riunirono in una setta e diedero vita alla loro diaspora. Il loro sarebbe stato un lento processo di Occupazione. Pochi gruppi scelti avrebbero incominciato la colonizzazione di un pianeta con stretto riserbo e solo quando il loro gruppo sarebbe tornato numeroso abbastanza per poter ottenere il pieno controllo della superficie, avrebbero scacciato i legittimi proprietari e li avrebbero confinati in piccole riserve turistiche recintate e accessibili al pubblico.
Ma perche’ il piano riuscisse vi era una regola fondamentale che nessuno di loro avrebbe dovuto violare: la razza doveva rimanere pura; ogni accoppiamento con alieni era tassativamente vietato.
Ecco che il Rettiliano, dinanzi alla Setta si trovo’ spiazzato e confuso. Per l’esattenzza provo’ due distinte sensazioni: la prima era un leggero fastidio nel contendersi lo stesso spazio di terra da colonizzare, ( gia’ immaginava le enormi trafile burocratiche sulla divisione esatta del globo in due meta’); la seconda era una impercettibile euforia per cio’ che sarebbe stata la sorte di Umbertoschi, qualora avesse provato a poggiare la sua aulica mano sul deretano della darka. Sorrise di gusto, saluto’ i buttafuori e decise che attendere la morte del suo nemico, appollaiato su quella punto bianca, non sarebbe stata una cattiva idea.
Umbertoschi non dovette attendere poi molto;
Da dentro l’aula si udirono delle risate sommesse e poi una voce( probabilmente quella della Darka in persona) gridare: < parola d’ordine?>. L’eroe avrebbe potuto facilmente indovinarla leggendo dalla mente della donna,: se essa fosse stata umana e se lui fosse stato abbastanza lucido da tentare con la magia; ma si limito’ a maledire tutto l’ intero panteon scintoista per questo scherzetto infame. Sottomesso com’era, non aveva altra soluzione che mercanteggiare la sua notte di sesso. Il compromesso questa volta poteva essere molto utile. < Un aiutino?> grido’, ma in modo umile.
Dall’ interno
Non ci volle molto perche’ una voce a lui familiare giungesse di nuovo alle orecchie < Ehi… Terrestre… ti avevo spiegato come stavano le cose.>. Umbertoschi si paralizzo’ e si volto’ molto lentamente fino ad incrociare lo sguardo del bidello. Uno scambio di sguardi: quello truce del Genovesino e quello amaro di Umbertoschi, poi il Rasta parlo’ a due seguaci che vi si affiancarono < portatelo nelle segrete delle scuola.> fece una pausa < non quelle del 1800; per lui voglio quelle del periodo delle controriforma> e spari’, lasciandolo solo con i due aguzzini.